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I vestiti di Taranto

Il bivio di Taranto è sulla ruga che attraversa il viso giovane di Gabriella: teme per quel mutuo a fatica ottenuto dal fidanzato, in vista del matrimonio; ma è preoccupata anche per la salute della famiglia che va a costruire. Il dilemma di Taranto è in un’ inchiesta che sta scoperchiando una rete di silenzi, decenni di omissioni e connivenze all’ombra dell’Ilva, ma che ha finito per far traballare fino a 20mila posti di lavoro.
Sotto i camini della più grande acciaieria d’Europa, si sta consumando uno strappo tra poteri dello Stato. E uno scontro tra diritti. Da una parte la salute, dall’altra il lavoro. Da una parte, il decreto del Governo, per riportare in attività il polo siderurgico- autorizzando l’azienda a proseguire nella produzione, vincolandola a opere di risanamento; dall’altra,  il no del giudice al dissequestro degli impianti e l’ipotesi di un dubbio costituzionale sulla legge. In mezzo, il destino di una città.
Al ritorno da una trasferta, il momento di svuotare il trolley è l’occasione anche per rivedere  pezzi di quella storia, in cui per qualche giorno sono stata immersa. Questa è stata violenta, sporca, maleodorante, assurda, crudele. Lacerante, come il dilemma di Gabriella, occhi verdi e un sorriso aperto. Vive ai Tamburi, il rione delle case nere e delle polveri che uccidono. Il rione dove le promesse ai residenti si sono stratificate negli anni, come la diossina nei polmoni dei malati di tumori. “Casa per casa, erano andati a chiedere ai residenti più a rischio dove volessero andare ad abitare”, ricorda don Nino, elencando i tanti tradimenti che in 40 anni ha visto al suo quartiere. Lì, da quella parrocchia, dove aiuta le famiglie con i pacchi settimanali, pagando le bollette o la bombola del gas. Comprando i biglietti del treno per chi è costretto ad andare negli ospedali del nord a curarsi. O acquistando in Vaticano le medicine, per chi non può permetterselo. E lì, ai Tamburi sono in tanti. Sia i malati, che i poveri.
Ero lì, anche quando la tromba d’aria si è abbattuta su Taranto e sull’Ilva. E il suono incessante delle ambulanze mi ha preannunciato quello che poco dopo avrei visto.
I flash di questi giorni mi sono tornati svuotando il trolley, con la camicia– rossa di polvere ferrosa; il video del tornado, girato da un operaio; le carte dell’inchiesta e un registratore pieno di voci arrabbiate, talvolta disperate, altre rassegnate; voci di chi ricorda, spiega, denuncia. O cerca di sognare. A fatica.
Come se l’ombra dei camini lo impedissero, Taranto – questa è l’impressione che ho avuto – mi è sembrata una città incapace di guardare lontano, di osare, di immaginare. Una città che potrebbe vivere il mare da tutte le parti, ma che invece sembra dimenticarlo, come il suo centro storico abbandonato. Dalle finestre di anonimi palazzoni squadrati volge lo sguardo invece solo verso il suo polmone d’acciaio. Non ci crede più di tanto, Taranto, nemmeno alla svolta che potrebbe venire ora, con gli scossoni dell’inchiesta e le reazioni della politica. Per ora, Taranto si sta. Resta lì ed aspetta.
ps. Dal mio trolley, ho tirato fuori anche una confezione di fermenti lattici…
pps Da domani, il podcast di “A Ciascuno il Suo” di sabato sull’Ilva e la battaglia su un’inchiesta; e poi anche il reportage da Taranto

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