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Nel dolore di Lesbo, un pollo arrosto per restare umani

bimbo lesbo

 

Succede sempre, quando riapro il trolley dopo una trasferta. E’ allora che i pensieri e i ricordi – annotati su qualche blocchetto o accantonati nella memoria- si rimettono in ordine. Così ora che ho lasciato Lesbo, dalla folla disordinata di immagini e sensazioni, due ricordi soprattutto emergono: i polli allo spiedo di Ahmed e il pianto della bimba col vestitino a fiori.

Quando giovedì sono atterrata a Mytilene, mi sono catapultata subito nel campo profughi parzialmente accessibile, a Kara Tepe. Dove- tra i container arroventati dal sole o tra i capannelli che si formavano davanti alle postazioni per ricaricare i cellulari – ho ascoltato decine di storie di fughe, dolore, ricongiungimenti, solitudini. E poi ho conosciuto Ahmed.

Ahmed è un ortopedico iracheno, “con più esperienza di qualsiasi altro dottore della mie età”, scherza, mentre racconta dei tantissimi pazienti con arti mutilati, rotti, feriti che ha visitato nonostante i suoi 28 anni. Mi ha raccontato la sua storia, le sue speranze- soprattutto sul “Papa, che può davvero ora fare in modo che si apra la strada per noi”, continuava a ripetere- e con un disco rotto descriveva pure il suo incubo: essere rispedito in Turchia. “No, non possono farlo, noi e i siriani scappiamo dalla guerra”. E invece lo fanno, invece l’accordo Bruxelles-Ankara prevede rimpatri anche per loro se arrivati dopo il 20 marzo. Mi ha aiutato a parlare con diverse giovani donne velate, che parlavano solo arabo e quando ad un certo punto mi ero seduta su un’improvvisata panchina per raccogliere appunti per la diretta delle 19, ad un certo punto mi chiede: “hai fame?”. Sì, avevo fame, ma l’adrenalina da lavoro era maggiore.

 

 

pollo lesbo

Ad un certo punto, arriva con due cosce di pollo arrosto e una montagna di patatine fritte. Intorno ai campi profughi, c’è tutta un’economia che fiorisce. E pure nuvole di brace. Davanti alla mia sorpresa e anche imbarazzo, Ahmed mi spiega: “tu sei qua e raccontando la nostra situazione aiuti me e tutti noi. Quindi sei mia amica e nel mio Paese con gli amici bisogna mangiare insieme”. Così abbiamo mangiato dallo stesso sacchetto di patatine, mentre il pollo l’ho lasciato tutto a lui. Restare umani- e restare il più possibile se stessi- anche in condizioni estreme: credo sia una delle esigenze più forti per chi si ritrova all’improvviso senza niente e pure senza speranza.

Speranza che di sicuro non sentivano più tutti coloro che si sono buttati ai piedi del Papa, in lacrime. Non riusciva a fermare i suoi singhiozzi un ragazzo, che implorava Francesco di “benedirlo” e non riusciva a trattenere le lacrime la bimba col vestito a fiorellini che lui ha provato a confortare, restandone visibilmente turbato. Un’altra donna continuava a baciare la mano e i piedi del Pontefice e nel microfono restava impresso il suo pianto disperato e continuo. Quanto dolore, quanta disperazione. E tutto questo te lo porti dentro, ti entra dentro inevitabilmente. E trapela- spero – dai reportage.

 

donne velate

Un tempo per me Lesbo era solo l’isola fantastica dove Saffo componeva i suoi meravigliosi versi d’amore e gelosia (Mi sembra essere simile agli dei….) e Alceo paragonava la sua terra ad una “nave nella tempesta”. Mai metafora risultò- 2.500 anni dopo- più appropriata. Ma ora per me Lesbo è diventato un altro luogo di dolore, più che di reminiscenze letterarie. Uno di quei luoghi che ti cambia dentro.

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Ultimi commenti

  • Raffaella Calandra 9 maggio 2016 / ore 21:37

    I bagagli pesano, sì. E ogni nuovo fardello fa perdere un pezzo di leggerezza, temo. Ma i bagagli ci aprono anche occhi e cuore. E ci spingono sempre a voler partire. Ancora, di nuovo. Anche se per lo più si parte verso luoghi di sofferenza. Ad ogni partenza, però, anche per tutto questo sono grata al mio lavoro. Anche se poi torno sfinita o con la febbre. Come in questo caso. Grazie, Antonella!

  • Antonella Chini 29 aprile 2016 / ore 08:12

    Buongiorno Raffaella.. mi rendo conto che ripeto sempre la solita cosa ma…… I tuoi reportage e i tuoi “scritti” mi emozionano sempre.Non credo che sia facile fare l’inviata.. Vai …, vedi… ascolti…. e poi torni per raccontare.. Ma “dentro” ho l’impressione che “i bagagli” rimangono e forse qualche volta pesano tanto. Brava brava brava..