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Addio Wondy, guerriera sorridente

20161212_100007L’ultima volta, ci siamo letteralmente scontrate. E io le ho quasi “sfondato un piede col mio tacco” 15, mentre mi muovevo nel buio di una festa. E ora che ci ripenso, Franci, devo chiederti ancora scusa: hai dovuto sopportare anche i miei sandali affilati, inappropriati per una festa che non sapevo in giardino. Ma poi abbiamo bevuto, riso, ci siamo abbracciate e abbiamo continuato a festeggiare. Festeggiare quella serata calda. E con essa la vita, per ogni singolo momento bello  che ci dona. E tu, Francesca Del Rosso, giornalista (Radio24, Rcs) scrittrice, mamma e “giocoliera”, in questo eri straordinaria. Chi ti ha dato tanta forza, tanto coraggio, tanto sorriso? Me lo sono chiesta un’infinita di volte, da quando i “sassolini”, come tu chiami nel libro i tumori-si, sempre al plurale, purtroppo- sono entrati nella tua vita. E tu, wonder woman, Wondy, combattevi da guerriera. E lavoravi e ogni volta che potevi, partivi per l altra parte del mondo, con Alessandro, e i vostri bellissimi  bimbi. E sorridevi, felice. E per questo, ero convinta che comunque tutto piano piano doveva finire bene. Perché la tua chioma biondissima, o la tua testa perfetta e lucida, che avevi deciso di mostrare, quando la chemioterapia ti aveva fatto cadere i capelli, trasmettevano ottimismo.

Avevo uno zio così. Faceva il medico, ed oltre ad essere bravissimo, era amato da tutti anche per questo: per l ottimismo contagioso che trasmetteva. E allora, con Francesca non abbiamo (quasi) mai parlato davvero della malattia. Perché c era troppa vita, prima. Come della malattia, mi era proibito parlare con un’altra cara amica, che il maledetto cancro mi ha portato via, Maria Perosino. Con lei, negli ultimi tempi, la parola salute era bandita. Si facevano progetti, si andava a mangiare fuori, si sorrideva.

Franci, quando avevo saputo che la malattia era tornata la prima volta, avevo tirato fuori il tuo libro dalla libreria, con la copertina e la tua bella faccia e uno sguardo alla Marilyn, rivolta all’ esterno. E quello era il modo per incoraggiarti. E anche sentirmi in colpa, perché tra impegni di tutti, orari di lavoro opposti con Alessandro e i miei tempi lunghissimi per arredare  casa, alla fine non siamo riuscite più ad organizzare una cena da me.

Una volta, ci siamo incontrate a Cremona, ad un festival: tu presentavi il libro e  mi avete chiesto di tenere Angelica e Mattia con me. Perché non sentissero l odissea che la loro mamma avrebbe raccontato. Anche se col sorriso. Solo una volta, hai lasciato emergere le tue ansie anche all’esterno, quando ci siamo ritrovati a bere dopo il funerale del nostro Rudy. Ed eravamo tutti storditi. Ma poi, da autentica Wondy, ci avevi abituato a saper tenere a bada i nemici. L’ultima volta che ho sentito la tua voce è stato un messaggio vocale di whatsapp: avevo invitato te ed Alessandro per il mio compleanno. Mi avete mandato un messaggio di auguri e tu, dalla ospedale, mi invitavi a “bere anche per te”. L’ho fatto, Franci. Ma forse avrei dovuto farlo ancora di più, ma col tuo amato mojito non vado più di accordo da un po’ di tempo…

Quando ieri sera a mezzanotte e 44, il cellulare ha suonato, sapevo già cosa preannunciasse quel messaggio. Ero appena tornata dalla redazione. E non l’ho voluto neanche leggere, ho solo visto il mittente. E capito. Sono solo andata a riprendere il tuo libro, e rileggere i titoli di coda, quando ti preparavi a “ridare vita ai colori coi tuoi pennelli”. Ora puoi davvero farlo.

Ciao, Wondy, dagli occhi luccicanti. Sto cercando di non piangere, come ci invita a fare il tuo Ale. Non ci sto riuscendo affatto, però…

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