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Terrorismo, il blitz di Venezia e gli egoismi dell’Europa

Il luogo simbolico, come il Ponte di Rialto (“una bomba lì e guadagni il Paradiso”). L’addestramento più o meno solitario sul web. Lo spirito di emulazione, dopo l’attacco davanti a Westminster. Le componenti di un attentato jihadista – come quello sventato a Venezia – ormai si ripetono uguali. La differenza, va da sé, la fa la capacità o meno di intervenire, prima che il progetto entri in fase operativa. Ma perché in Italia ci stiamo riuscendo, più che in Francia, Gran Bretagna o Belgio?
La prima fondamentale distinzione sta nei numeri di radicalizzati e foreign fighters. Proporzionali, nelle città del centro Europa, al disagio dei palazzoni delle banlieu e all’emarginazione di giovani migranti di seconda generazione. L’altra sta nell’esperienza e nella collaborazione tra apparati, maturata in decenni di lotta a mafie e terrorismo. La stessa che rende l’Italia la prima e inascoltata sostenitrice di un progetto di Procura europea. Che continua ad infrangersi davanti agli egoismi dei singoli Paesi. Così, dopo 3 anni e mezzo di negoziati e ormai decine di vittime, tutto ciò che Bruxelles è riuscita a partorire a inizio marzo è stato un collegio di pubblici ministeri, indicati ciascuno dal proprio Paese. “Meno di un topolino”, rispetto all’intento iniziale, per dirla col Guardasigilli, Andrea Orlando.
Eppure, non può che essere collettiva la lotta al terrore, che è fatta innanzitutto di informazioni. Quelle che ad esempio, nel caso del blitz di Venezia, hanno permesso di tenere sotto controllo gli aspiranti jihadisti, apparentemente ben integrati. Sono originari del Kosovo, una delle principali fucine di foreign fighters: 300 quelli partiti da qui verso le trincee dell Califfato, 160 dall’Albania, 250 dalla Bosnia, calcola l’Ispi. E quando anche nel resto dell’Europa capiranno che solo un’efficace e collegiale prevenzione ferma i progetti terroristici non sarà mai troppo tardi.

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