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La lezione di mio padre e della Biennale al villaggio

 

Tremila o forse più, di mani strette. Mani callose di contadini o morbide di raffinati intellettuali.

Tremila o forse più di abbracci ricevuti. Da uomini con intense vite alle spalle e giovani con un vago avvenire in mente.

Tremila o forse piu di occhi tristi incrociati. Dei tantissimi che in lui fino, alla fine, hanno visto una guida nella vita pubblica, come in quella privata. E che ora mi sussurrano all’orecchio – come a mia mamma e ai miei fratelli – “che a lui devono tanto”. (Io a lui devo tutto- come a mia mamma, ma questa è una dimensione privata).

Un centinaio i bigliettini di ringraziamento diretti in ogni parte d’Italia. Perché, chi non c’era ha sentito di dover scrivere o telefonare. O con un manifesto o un necrologio di partecipare.

Ma io perché dopo un prolungato silenzio – torno qui, per raccontare poi una storia privata? Perché vorrei condividere delle riflessioni maturate nelle ore buie del dolore per la perdita del mio amatissimo padre – prof. Carmine Calandra. (E ora si arrabbierebbe per aver inserito anche il titolo).

Mi sono chiesta: cosa porta questa folla – sinceramente commossa  – a fare anche centinaia di km per partecipare ad un funerale, in una delle più roventi domeniche d’estate? Perché “sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’ urna”, cantava Ugo Foscolo.

E allora, cercando per quanto possibile di accantonare la mia adorazione filiale per il più amorevole e prezioso dei padri – capace di farci andare liberi e di essere sempre presente – ho cercato di ritrovare tra la folla quest’ eredità. In chi ha riconosciuto in lui, l’autorevolezza prima del professore, poi del preside che a intere generazioni ha trasmesso la passione per il mondo classico. E ancor di più la coriacea fiducia nei frutti dello studio, quello che da generazioni nella mia famiglia – anche negli anni delle privazioni post belliche e dei lutti più difficili – naturalmente aveva istradato i più giovani sui libri. Perché ciascuno trovasse la propria strada.

E oggi,  mi chiedo, dov’è finita nell’ Italia delle eterne raccomandazioni e delle scorciatoie e poi della dilagante rassegnazione la disponibilità alla fatica – si, fatica- dello studio?  Che diventa forza e resistenza per tutta la vita?

Tra i tantissimi, c’erano anche suoi “rivali” politici di un tempo, che in lui avevano poi riconosciuto la guida dell’ amministratore, mosso da rettitudine profonda, lungimiranza. E intelligenza. Esclusivamente, nel nome del bene della comunità. Una normalità – se ci pensate- che ha smesso di essere tale, sepolta da infiniti scandali.

Precursore sui tempi, forse anche troppo, trasformò  un tranquillo borgo del Sannio- Frasso Telesino –  in una Biennale al villaggio, come scrisse il critico francese Jean Pierre Lemaire e titolò IlSole24ore, in anni in cui io guardavo ancora i cartoni animati. Tanto che il caso “Terravecchia”, l’ iniziativa che aveva portato dall’ 83 artisti italiani e stranieri- come Omar Galliani – ad affrescare i muri antichi  del Paese, trasformato in un’unica galleria d’arte. E così contribuendo con l’arte alla crescita della comunità (iniziativa poi ripresa a 30 anni di distanza dall’Associazione culturale Terravecchia). Tanto che Il Maurizio Costanzo show degli anni d’oro ne volle parlare. E non dimenticherò mai quella notte romana, con mio padre sul palco del teatro dei Parioli a scherzare con un giovanissimo Chiambretti.

Ma ancor più che i fasti lontani, quello che è rimasto nella comunità è appunto la certezza dell’ averlo visto agire sempre e solo  per il bene della collettività. Che a lui poi per questo e per sempre è rimasta vicina e grata, anche dopo le sue dimissioni da sindaco (dopo 23 anni!!) . Tanto che quando non aveva più la forza per affrontare a piedi la salita per arrivare dalla piazza a casa, in tanti si offrivano con gioia per accompagnarlo. (Anche se poi instancabile, mia mamma era sempre puntuale in auto, per non dovergli neanche dare da pensare a come tornare a casa). E tutto questo è  affetto sincero, che mio padre sentiva. In quanti in Italia possono oggi riconoscere di nutrire affetto e sentimenti di gratitudine per un sindaco? O comunque per un politico? Perché quanti sono quelli che davvero la intendono, la politica, come servizio alla città, secondo il suo significato autentico? Questa è la sua etimologia, che fin da bambini ci ha insegnato a cercare nelle parole e nelle espressioni dialettali, come un’ ex alunna ha voluto ricordare in pubblico, costruendo la nostra consapevolezza linguistica e storica.

E il bene della collettività comporta anche rinunce personali- come incarichi dirigenziali da lui rifiutati in prestigiosi licei milanesi – e familiari. Oltre ai danni per la salute. Tutto questo è stato sempre nitido soprattutto nel paese, tanto che mai si è interrotta la consuetudine a cercare in lui un consiglio, un confronto. L’hanno fatto semplici contadini, di cui mio padre riconisceva l’autenticità delle fatiche e una primigenia saggezza, quanto affermati professionisti. Primari, avvocati, professori, giudici.

Un uomo, la cui cultura, nutrita ogni giorno usando anche tutti gli strumenti della tecnologia, era pari all’umilta. E le due cose – quando vere – vanno sempre insieme.

Ma quanta umiltà capita di incrociare oggi in giro?  Soprattutto nella dimensione pubblica e nel mondo politico? E quanti oggi sono disposti a cercare sempre di percorrere la faticosa strada della riconciliazione, con tutti, piuttosto che della rottura? Ecco perché il clima di serenità si percepisce nitido tra le colline dolci del mio paese. Perché nonostante tutto, prevale l’armonia che trasforma la collettività in famiglia.

Io sono sempre stata orgogliosa della mia famiglia. E consapevole di quale privilegio abbia ricevuto in sorte . Ma mai lo sono stata, come in queste ore. Nella convinzione che per me – come per i miei fratelli – l’enorme eredità di affetti ricevuta significa anche lo sforzo quotidiano di essere sempre “degni del padre che abbiamo avuto”, come ha voluto dirci un suo caro amico, il suo cardiologo, un primario napoletano.

Io so che ci proveremo, ma so anche che di uomini così l’ Italia avrebbe tanto bisogno, e in gran numero. E so che ora il mio amore filiale e il mio dolore (pari solo a tutto quello che ho ricevuto) non alterano la capacità di capire perché tremila o forse più persone abbiano voluto essere con noi, a salutarlo. Per ora.

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