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Napoli e il suo ‘sconforto biblico’

Quelle parole mi avevano colpito subito: ‘non si risparmia proprio nulla
a questa povera citta’, ha detto Rosa Russo Iervolino, informata del disastro della circumvesuviana. Il treno del vulcano che deraglia, un morto e 85 feriti. Una frase pronunciata quasi uguale in redazione, a Milano, mentre commentavamo con una collega partenopea l ultima notizia sulla ‘nostra citta disgraziata’.

Nello ‘sfogo’ del sindaco, c’è il fatalismo tutto partenopeo, innanzitutto. L’ ultima sventura – dopo le eruzioni, la monnezza, la camorra, gli scandali e i crolli- diventa così come una maledizione piovuta dal cielo. Ricorrente, sotto al Vesuvio, in queste circostanze, con frasi che non hanno mai un soggetto agente, ma tutto e’ passivo, nella lingua dove quel che succede, in genere si subisce. E la responsabilita e’ una dimensione per lo più nascosta, se non assente.

Cosi e’ l ultima piaga di Napoli anche il drammatico incidente ferroviario. Come una punizione da espiare. Torno ora sulle parole della Iervolino, dopo aver letto una bella analisi di Francesco Durante, (autore tra l altro di Scuorno), sul Corriere del Mezzogiorno. E’ un amico “forestiero” a chiedergli lumi sullo sfogo del primo cittadino.

“Il richiamarsi ai capricci di una sorte che alla stessa povera citta – scrive Durante – “non risparmia proprio nulla” e’ come l evocazione di un periglioso rosario di (inevitabili) sventure. Questa povera citta sta dentro la cronaca; ma unito a ciò che lo precede (..) tende a spingersi oltre, verso una dimensione quasi ineffabile: tra il Libro di Giobbe e quello dell’ Ecclesiaste (“quale utilità ricava l uomo da tutto l affanno per cui fatica sotto il sole? Una generazione va, una viene, ma la terra resta sempre la stessa”).

Anche questo e’ Napoli, la sua complessita’. La sua anima, che dalla storia,si riflette nella lingua. Nei prossimi giorni, cerchero di tornare sull’ aspetto linguistico del fatalismo partenopeo, con un po’ di napoletani e semiliogi.