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Fango sulla Costiera

Quel fango sui muri bianchi di Atrani è una profanazione. Ogni macchia, un atto d’accusa. Sul candore di facciate inondate di sole d’estate, quella lava sporca è uno schiaffo per tutti. Per chi, tra i 924 abitanti, ha memoria delle alluvioni passate, per chi non prende provvedimenti; uno schiaffo a chi acconsente in silenzio di vivere nella paura della montagna, come a chi si rifugia nel mito della “bella giornata”: godere del sole e del momento, fiduciosi che le nuvole, se arrivano, prima o poi passano. 

E’ un modo di vivere – l’ha splendidamente raccontato Raffaele La Capria – che sento mio: mi dà gioia e leggerezza. Ma davanti a questo ennesimo disastro, non accetto più che una pioggia per quanto lunga e abbondante possa essere considerata la sola responsabile della scomparsa di una ragazza. Ed essere avvertita come l’ultima maledizione che piomba sulle case. La leggerezza, donata dalla possibilità di vivere in un paradiso di luce, colori e odori come la Costiera Amalfitana, non può far dimenticare la sicurezza. Che va pretesa. E progettata.

Amo moltissimo la Costiera Amalfitana. E Ravello, soprattutto, con cui mi piace rinnovare un appuntamento annuale. Così, guardando le terribili foto di Atrani, che fa i conti con un fiume di fango, ripenso a Ravello, che è in alto alle sue spalle, dove le sere estive troppo spesso si illuminano dei bagliori delle fiamme. L’acqua e il fuoco. Ora che la terra ha travolto tutto, bisognerebbe forse anche ricordarsi degli alberi bruciati e delle ferite ripetute su un corpo tanto bello, quanto fragile.

Anche di questo ho parlato qualche settimana fa con un profondo conoscitore e abituè di Ravello, Antonio Scurati (qui parte della chiacchierata con lo scrittore che condivido con voi). Una chiacchierata sul suo ultimo libro, “Gli anni che non stiamo vivendo- Il tempo della cronaca“, ci ha portati anche in Costiera. Tra l’oro dei limoneti; i lampi delle fiamme. E ora, lo sporco del fango.