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Scampia, nel deserto di cemento

Un cestello, per smistare la cocaina. La dose, nel grande mercato di droga di Scampia, arriva anche con una carrucola, azionata con un telecomando. E’ l’evoluzione tecnologica – e criminale – del cestino – immagine tradizionale dei vicoli di Napoli- calato dai balconi dei piani alti. Per tornare su con pane, frutta, posta.

A Scampia, la droga arriva dal cielo. O dalle viscere delle terra, nascosta in un tombino. Da settimane, nel quartiere simbolo di Gomorra, ci sono blitz nei centri dello spaccio, demolizioni delle stanze “del buco”, battaglie per rosicchiare metri quadri al feudo dei clan. La droga- nel deserto di cemento della 167, la strada col nome della legge sull’edilizia popolare – la avverti nelle ombre. Ancor prima di vederla.

Sono stata più volte – prima e anche dopo la faida del 2005 – tra le Vele, le case dei Puffi e quelle del cosiddetto Terzo Mondo: lotti di Scampia, identificati dalla gente del posto, in una geografia criminale per clan di appartenenza. Sentivo il peso di sguardi che non incrociavo. Negli androni, con porte divelte. Nei ballatoi di scale, non più illuminati da anni. Nelle corti di palazzi, ufficialmente evacuati, ma di nuovo brulicanti. Di vita e di affari. Avvertivo l’invadenza degli sguardi sull’ intrusa. L’avevo già sperimentata la prima volta – anni prima – a Taverna del Ferro, San Giovanni a Teduccio, in un momento in cui le periferie partenopee erano in agitazione.

Quando l’anno scorso, sono stata per qualche giorno in giro per Scampia (per un ciclo di reportage sulle periferie italiane), accanto al ritorno dei banchetti per la vendita di sigarette abusive, sui muri erano comparse scritte nuove. Inneggiavano all’uno o all’altro clan in lotta. “Il timore di un nuovo capovolgimento esiste sempre”, mi aveva confidato – col volto triste, stanco e rassegnato – DON VITTORIO, lo storico parroco di Scampia. Che così – con brevi, ma terribili flash di vita quotidiana – aveva raccontato la fatica di vivere lì, per chi cerca di non far parte de O’Sistema.

Ho visto quelle ascensori bruciate, quelle porte blindate, quelle baby-vedette che fermavano padri di famiglia, con le buste della spesa in mano. Ma la tristezza nel tono delle parole di don Vittorio racconta più di qualsiasi foto.

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