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Manzoni e gli studenti: sposi solo promessi

Quando ho sentito le due voci degli attori combinarsi perfettamente sull’ Addio Monti (cliccando qui, un audio regalo per voi), ho avuto la certezza definitiva: la scuola, così com’è, “distrugge” i libri. E soprattutto i classici. Mentre la musica di Carlo Galante ci accompagnava sulle rive dell’Adda, seguendo i pensieri – tristi – di Lucia, nulla era più lontano dalle parole di Alessandro Manzoni della vivisezione dei “Promessi Sposi”, imposta a generazioni di studenti. Per i quali poi l’opera più nota dello scrittore milanese resta un “mattone scolastico”, “bigotto” e “terribilmente lontano”.

“Liberiamo i “Promessi Sposi” dall’ autopsia scolastica!”: mi sembrava di sentire questa voce provenire dalle pareti della casa, dove Manzoni visse. E dove i “Promessi Sposi” furono concepiti. Sabato scorso, sono stata a Casa Manzoni, elegante edificio nel cuore più autentico di Milano, palazzo di “una bellezza velata e offuscata, ma non guasta”, “molle a un tempo e maestosa”, come il viso della madre della povera Cecilia.  Con la lettura concertante per attori e quattro strumenti de “I Promessi Sposi” – a cura di Giuseppe di Leva, musiche di Carlo Galante, con Paolo Valerio, Silvia Donadoni e con I Virtuosi Italiani sul palco- sono iniziati gli appuntamenti della sesta edizione dell’ottobre manzoniano.

E proprio come è capitato a me, anche gli altri cento fortunati ospiti del salotto Manzoni hanno potuto liberare dalla polvere dei pregiudizi e sottrarre alla lente dei compiti scolastici, un’opera che merita di essere assaporata. E riscoperta. Tutt’insieme. Non più “fatta a pezzi nei questionari o riassuntini”. Portata fuori dalla puzza di scuola, come ha scritto Michele Smargiassi su Repubblica. E anche questa è stata la sfida raccolta da Galante e Di Leva.

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