Radio24 | Il Sole 24 ORE

Quando le idee finiscono sotto scorta

Giornalisti sotto scorta. Ma si può? E non per aver svelato gli affari dei boss o denunciato cupole e consorterie. Cronisti, con la vita blindata dietro le spalle dei bodyguard, non per le minacce dei clan, ma per quelle di chi non condivide una posizione. Servono agenti armati, a protezione delle idee? Siamo arrivati a questo!?

 Dopo il tentato agguato al direttore di Libero, i fantasmi del passato e i distinguo del presente sono spuntati un po’ ovunque, soprattutto su Internet. E’ troppo presto e ci sono troppi buchi ancora nell’ inchiesta, per capire qualcosa in più. Per ora, sono più gli elementi che non tornano. E quelli che non farebbero comunque pensare ad una regia più ampia: nessuna rivendicazione – come ai tempi degli anni di piombo – né tracce di complici.

Ma- al di là di come andrà quest’inchiesta e di dove porterà –  e anche al di là del fatto in sé, quel che resta è la vita blindata di un giornalista. E di altri come lui. Di diversa aerea politica. Ma si può, ripeto?

Imbecilli: non in altro modo, secondo me, si possono definire quanti ieri commentavano che “Belpietro se l’è cercata”, che “chi semina vento, raccoglie tempesta”. “che è stato lui l’artefice di questo clima”. ALT. Fermiamoci. Vuol dire che si deve vivere sotto scorta, per colpa di una campagna di stampa? Belpietro attacca  la sinitra, Fini, i magistrati, ecc. E allora? Chi si sente offeso, può querelare. Chi non condivide, può smettere di leggere. Passare ad un altro giornale  o fare zapping col telecomando. Le armi della democrazia. Può spedire mille lettere ai quotidiani, criticare e pure litigare. E questo perché in questo paese esiste la libertà di pensiero e di stampa. Quello che non si può dire è che è “colpa” di certe posizioni se le mani vengono poi armate. Non lo accetto.

ps. Due pensieri personali. Quando ho saputo di Belpietro, mi sono venuti in mente due ricordi. Uno di infanzia, un altro da matricola del giornalismo. Mi è tornata in mente una notte, a casa con i miei: mio padre ogni tanto riceveva telefonate anonime e minacce vaghe. Quella sera furono precise, ripetute. Ricordo ancora questa voce, diffondersi nella stanza dal telefono a viva voce, col maresciallo dei carabinieri che era lì ad ascoltare. Ricordo che quella notte una pattuglia stazionò sotto casa nostra. Ricordo la paura mia e di mia sorella, bambine, che dormimmo con mia madre. Anche Belpietro ha due figlie piccole, c ho pensato.

L’altro ricordo, sono state le prime minacce che io personalmente ho ricevuto, molti anni fa. Stavo facendo un’inchiesta a puntate a Napoli sui tassisti e gli imbrogli ai turisti. Erano venute fuori storie e racconti pazzeschi. Allora, ricevetti un paio di strane telefonate e una lettera. Mi spaventai (un po’. Non sono mai stata fifona). Ma poi, lo confesso, quel brivido si tramutò in piacere: mi tramise un pizzico di ebrezza/euforia, che mi fece sentire – forse – alle soglie del mestiere vero. In ogni caso, poi finii lo stage a Napoli. E passò la paura.

Condividi questo post