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Dal Sud all’esercito: la nuova emigrazione

Guardo la loro età. E sono quasi tutti più giovani di me. Guardo le loro città, e sono praticamente tutti del Sud d’Italia. E tutti sono partiti. La nuova emigrazione dal Sud passa anche attraverso la divisa, il militare. Attraverso le missioni all’estero, i pericoli degli attentati. E la speranza di tornare con un gruzzolo, per mettere su casa. E famiglia. Quando c’era ancora la leva, loro erano quelli che mettevano la firma. Per restare. In tantissime case, giù- al Sud, ci sono figli, fratelli, cugini arruolati. In tantissime case, giù- al Sud- ad un certo punto compaiono foto, grandi, in grandi cornici, più lucide della altre e più centrali delle altre: foto di visi giovani che non avranno mai le rughe del tempo. 

I loro nonni erano partiti con valigie, a volte di cartone. E la determinazione di affrontare anni di sacrifici, di duro lavoro, in catene di montaggio, in città senza sole e in case spesso senza cibo. Ma ogni giorno era uno in meno rispetto al momento del rientro, nella loro casa. Loro, i nipoti, scommettono la loro giovane età su una divisa: sperando di non incontrare quell’ordigno, nascosto sul ciglio della strada, che faccia saltare in aria sogni, progetti, vite.  

“Stavolta aveva più paura”, ci confida la mamma di Luca Cornacchia, il quinto alpino, fortunatamente solo ferito. Nelle stesse ore, a Kabul il prete dell’unica chiesa, padre Giuseppe Moretti, faceva allungare la lapide con tutti i nomi dei caduti italiani laggiù. E si faceva tante domande: sui morti, i vivi, la durata della missione. Le reazioni della gente. (padre Moretti, cliccando qui un estratto dell’intervista)