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Ndrangheta, il silenzio ha l’oro in bocca

“Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Per gli ignavi, il silenzio è la peggior punizione. Ma ci sono casi in cui è con le parole che invece si combatte. Soprattutto, quando il nemico si alimenta di silenzio. 

In Calabria, i magistrati lo denunciano da tempo: “il cono d’ombra in cui è rimasta per anni e anni la Punta dello Stivale ha favorito il potere della ‘ndrangheta”. A Reggio Calabria, non ha sede l’Ansa, nè hanno corrispondenti fissi le grandi testate, come ha ripetuto anche pochi giorni fa, da Fabio Fazio, il procuratore capo, Giuseppe Pignatone.  E questo forse ha fatto sì che molte notizie restassero nei confini della Regione, tra quanti- forse- le conoscevano già.

Arrivando da Palermo a Reggio, Pignatone e la sua squadra la differenza l’hanno notata subito: in Sicilia, la mafia e l’antimafia in questi anni è stata sempre raccontata,  con la sua storia di stragi, guerre e morti, veleni accuse e clamori. Niente di nuovo, invece, si scrutava dall’altro fronte dello Stretto: le cosche si nutrivano di silenzio. Non sparavano, ma crescevano. E per questo, non a caso, oltre ai magistrati sono state dirette ai cronisti le intimidazioni più recenti dei boss calabresi. Sono arrivate a chi rompeva quel silenzio, raccontando le inchieste e gli affari. E per questo dava fastidio.  

“Queste minacce sono forse ancora più pericolose”, ci ha più volte detto lo stesso procuratore capo, come il suo vice, Michele Prestipino. (Prestipino- cronisti, cliccare qui per sentire le sue parole)

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