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Terremoto in Irpinia: dolori privati, disastri nazionali

I primi ad accorgesene furono i cani. Poi, quando i boati squarciarono la terra e le scosse sgretolarono interi paesi, nulla sarebbe stato più come prima. 23 novembre 1980. Un minuto e 20 secondi durò il terremoto che uccise 2.735 persone tra Campania e Basilicata.

Il buio. Il buio che c’era fuori, in quella domenica di novembre. E il buio che subito dopo, ci sarebbe stato anche dentro. Dentro casa. Un buio, rimasto nella mia memoria, come un’unica ombra, che abbraccia giorni e notti intere.

Avevo tre anni. E stavo ballando, sotto la grande madia, fiera del mio vestitino di lana bianca. Seduta davanti al camino, Caccianella suonava su un improvvissato tamburo. D’ un tratto, la musica finì. Come la luce. Non ci fu più ritmo, ma solo accelerazioni. E dalle 19.34 in poi, le immagini divennero fughe. E così per me sono rimaste.  Il rientro affannato dei miei genitori. La corsa per le scale del cortile. La pelliccia di mia madre. Io che vomito. Mia sorella, con la febbre, avvolta in un plaid. La strada affollata di gente. La paura di avvicinarsi alle case.  Le notti in auto. E quelle successive, tutti insieme nel salone, a piano terra. Mia madre che si allontana, per andare a telefonare. E sempre ancora il buio. Poi dopo verranno le crepe, notate subito sui muri spessi di case antiche. Verrà l’ abitudine a guardare in alto i lampadari, ad ogni tremolio sospetto. E a pensare al terremoto, come alla sciagura per antonomasia. E da allora resta il cuore che salta in gola. Ogni volta che la luce d’improvviso svanisce.

Questo pomeriggio, ho lavorato ad un servizio (eccolo, Irpinia )sul terremoto di 30 anni fa: ho riascoltato le voci disperate dell’epoca e intervistato testimoni di allora. Mi è venuta la pelle d’oca, al racconto di Michele Forte (qui l’audio), sindaco – di oggi- di Sant’Angelo dei Lombardi, il paese con più vittime: con i chiodi, scriveva i nomi dei morti sulle bare. Mentre una motoretta faceva avanti e indietro, tra il paese e il cimitero. Carica di corpi senza vita. “Come il carretto dei monatti, durante la peste di Milano”, dice. Nelle grandi sciagure, ognuno conserva sempre proprie immagini. Le mie sono riemerse dalla memoria, mentre ripercorrevo cosa fu il terremoto dell’Irpinia: la storia di paesi, già poveri, rasi al suolo; di vivi, rimasti sepolti per giorni. Di soccorsi che non arrivavano (E il capo dello Stato, Sandro Pertini accusò pubblicamente il governo). E poi fu una storia di soldi, che invece piovvero. Improvvisi, tutti insieme. Di una ricostruzione, che ha lasciato famiglie e uffici anni nei container. Di una politica, che non sempre fu all’altezza del compito. E fu la storia della camorra che vinse la sua lotteria.

Oggi, la storia di quell’ Irpinia- e di molti altri paesi tra Campania e Basilicata – è una storia di fantasmi. E di resistenza. I fantasmi delle tante case sbarrate. Abbandonate allora. O messe in vendita oggi, da chi lì non trova più occasione di lavoro. E la resistenza, invece, di quanti vogliono rimanere. E combattono. Pensando “a prima del terremoto”. Perché tra Irpinia, Sannio, Basilicata e Molise da quel 23 novembre in poi, il tempo è scandito in un prima e dopo terremoto.

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