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La vita ai tempi della ndrangheta

Il ristorante bruciato, per storie di pizzo. Il ragazzo ucciso, per soddisfare l’orgoglio. Il tamburello sequestrato, perché illegale. Storie di vita quotidiana. In Calabria. Storie di una quotidianità drammatica, amara e velenosa. Le raccontano dei ragazzi, protagonisti e testimoni- loro malgrado- delle degenerazioni della malapianta, di nome ndrangheta. Sono stati pubblicati in due volumi  – “A mani libere“- curati dal Museo della Ndrangheta. Ecco per i lettori di Storiacce blog, tre brevi assaggi.

1) Come sono riusciti a cambiarci la vita

(…) Abbiamo aperto un ristorante tutto nostro. Mi accorsi che puntualmente la terza domenica del mese venivano a cenare tre uomini: uno un po’ più anziano, sulla cinquantina, sempre ben vestito e altri due che sembravano ” due guardie del corpo” di quest’ultimo.  Avevano due caratteristiche: non pagavano mai il conto e come digestivo non chiedevano un amaro o un caffè bensì mi pregavano di chiamare mio padre al tavolo con loro. Ogni volta, vedevo il volto di mio padre pallido e gli occhi colmi di rabbia e tristezza. (..)  Una sera un uomo mi fermò e mi disse: “dì a tuo padre che stiamo aspettando ciò che ci deve” e accarezzandomi il volto affermò:” sei una bella ragazza”. Io scappai piangendo e confidai tutto a mio padre che infuriato andò dai carabinieri. La mattina seguente del nostro locale non era rimasto più nulla. Mio padre ci disse che due giorni dopo saremmo dovuti andare a vivere in un altro Paese: senza più i nostri parenti, la nostra casa, i miei amici e soprattutto tutti i sacrifici fatti per anni da mio padre … volati via …. Ci spiegò inoltre che da quel momento avremmo cambiato il nostro cognome.

2) La rissa e l’orgoglio.

Cittanova, litigio tra un ragazzo e un uomo di 50 anni. (…)

Il ragazzo rientra a casa, e quando il padre lo vede pestato, va in preda al panico, non può non rispondere a questo affronto.  L’unica soluzione è di andare a sistemare i conti di persona. Passa giusto qualche ora ma non basta a placare l’animo di quel padre che si arma, carica il figlio in macchina e parte alla ricerca del rivale. Una volta trovatolo, comincia una breve discussione seguita da colpi d’arma da fuoco. Il giovane riesce a scappare, a quel punto il padre, ferito, si dirige in ospedale. Il ragazzo sta cercando ancora riparo e continua la sua corsa. Niente da fare, viene raggiunto da un proiettile che gli è fatale. Giace a terra un ventunenne privo di vita, ucciso non solo da un colpo di pistola ma da un sistema nel quale l’onore e il rispetto contano più della vita di un figlio.

3) Morra e Tarantella, giochi illegali

(…) Aprimmo le danze, applauditi dai diversi spettatori. Ci stavamo divertendo un mondo, quando all’improvviso si materializzò davanti a noi una pattuglia della polizia che ci intimò di smettere immediatamente. Oltre a chiederci i documenti, minacciando il sequestro di tamburelli e organetti qualora avessimo continuato a suonare. Il divertimento era finito, dovemmo posare tutto e tornare a casa. Anche la morra è considerata illegale dalle forze dell’ordine, perché pensano che sia un gioco tipicamente mafioso. Capitava spesso in passato che chi perdeva cacciasse dalle tasche le pistole, e così il gioco finiva in una strage. Certo, di fronte agli enormi problemi causati al nostro paese dalla criminalità organizzata, quello che ho raccontato potrebbe sembrare banale e insignificante; in effetti, è un’altra dimostrazione di quanto la nostra vita, anche nei suoi aspetti più elementari, possa essere condizionata dalla ndrangheta: non siamo neppure liberi di divertirci in modo sano e innocuo!