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Museo della ndrangheta, parole e rap contro le cosche

Pietre dell’inciampo, per cadere nella verità. Musica, per uscire dal torpore. Se le zone dove i clan sparano – per i ragazzini sono solo “quartieri tranquilli dalle strade larghe”, a Reggio Calabria anche delle mattonelle — dedicate alle vittime dei boss – possono far precipitare nella realtà. E un rap può bucare il silenzio di un incantesimo muto chiamato ‘ndrangheta. Parte da qui la settimana di Radio24 sui segnali di primavera della società civile calabrese. Questa la prima tappa del viaggio. Un Rap (qui l’audio del servizio), un questionario per le scuole, un museo dedicato alla ndrangheta e la determinazione di chi ci lavora. 

Non abbassare la testa, tu non farlo mai. Non dargliela per vinta, tu non farlo mai“. “Io non mi arrenderò“, è l’inno del gruppo dei Kalafro. Perché “se i clan poggiano il consenso pure sul linguaggio, noi incitiamo alla resistenza sonora”, si infervora Claudio La Camera, direttore del Museo della ndrangheta, che ha prodotto il cd, parte di una campagna contro tutti i simboli delle cosche. Comprese le statue di San Michele Arcangelo. “E’ il protettore della ‘ndrangheta, sulla sua effigie avviene il rito di affiliazione, per questo ho segnalato e denunciato il proliferare di quelle statue”, racconta a Storiacce Claudio La Camera (qui l’audio dell’intervista). “Bisogna conoscere l’identità del nemico, per smontarla e perché i ragazzi capiscano che questo cancro c’è, ma che non tocca tutti”.

Un questionario nelle scuole medie (un progetto portato avanti tra aprile e giugno con istituti di paesi e quartieri di Reggio Calabria tra i più difficili) svela però che “farsi giustizia da soli”- in caso di un delitto- è la risposta prevalente. E che se lo Stato viene identificato con “polizia e legalità”, “i politici-scrivono gli studenti -spesso ne sono fuori”. Inneggiano ai boss-invece- i messaggi ricevuti su facebook dal museo. E per questo, spiega Fulvio Librandi (qui l’audio), che ne è il responsabile scientifico – “leggiamo le intercettazioni, per smontare i miti”. E con la costanza e la testardaggine di chi è spinto da una forte motivazione, in questa villa- confiscata a un feroce boss- e ora diventata il Museo della ndrangheta cominciano a raccogliere i primi frutti di una faticosa semina: dopo le minacce, un pubblico sempre maggiore.

ps. Ho scoperto il museo della ndrangheta prima che aprisse. E ho raccontato tempo fa l’inizio della loro avventura- rivoluzionaria, già anche nel nome. Da subito, mi erano sembrati come quei contadini cocciuti, che si spaccano la schiena, per arare ogni giorno il loro terreno pieno di pietre. Oggi ne sono sempre più convinta, perché quel campo- così amato da chi ogni giorno lo innaffia- sta dando i primi frutti. Tanto più preziosi, perché ottenuti con fatica.