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Milano, al via il primo maxi processo alla ndrangheta

Sarà il primo maxi processo della ndrangheta a Milano. E il primo in rito immediato. Maxi nei numeri: 174 imputati; maxi nei ruoli, perché davanti al giudice compaiono insieme, domani in Tribunale, i capi delle cosiddette 15 locali lombarde- cioé le cosche, ma anche figure emblematiche come l’ex direttore dell’Asl di Pavia. Cinque mesi dopo gli arresti in mezz’Italia, sotto al Duomo questo filone arriva in aula – ora- mentre a Reggio Calabria lo sarà a gennaio. Quell’Inchiesta ,”Il Crimine” ha rappresentato “l’asse e la logica” del lavoro futuro e da lì- conferma il procuratore reggino Giuseppe Pignatone – sono scaturiti altri filoni nella punta dello Stivale, in quest’anno cominciato con bombe e minacce, passato attraverso gli arresti, le prime scoperte di collusioni ad altissimo livello, ma pure le prime denunce: una ventina- ha detto a Radio24- quelle degli imprenditori nel 2010.

Un numero, che se può sembrare esiguo, paragonato al nulla degli anni scorsi – di quella “foresta pietrificata”- come qualcuno definisce Reggio Calabria – è già un un importante passo avanti. Oggi i magistrati calabresi, il procuratore capo Giuseppe Pignatone, il suo braccio destro Michele Prestipino, il procuratore aggiunto Nicola Gratteri erano a Milano. Li ho incontrati. E ancora una volta, hanno cercato di portare non solo la testimonianza del loro lavoro, ma anche la prospettiva calabrese. Perché le cose, certe cose, viste da lì- dalla punta dello Stivale, sono diverse. Ci sono dinamiche, da svelare col codice reggino, perché “se si guardano con gli occhi di chi vive a Milano” – ripete chi sta dall’altra parte d’Italia, “non si capiscono fino in fondo”. E solo con quel codice, si capisce il valore del silenzio. Il peso fino in fondo di certe intimidazioni- come il caricatore vuoto mandato ieri al presidente di Confidustria, Emma Marcegaglia, e al delegato per i rapporti con le istituzioni sul territorio, Antonello Montante (le prese di posizione degli imprenditori sono forti a faccia scoperta, contro collusioni e silenzi. E lì, a Reggio Calabria, è stato appena formalizzato il commissariamento dell’Associazione degli industriali) .

O- in direzione contraria – solo con le lenti di chi vive a Reggio si capisce il peso di certe parole, finalmente pronunciate. E poi delle prime denunce. Denunce che però- continuano a mancare anche nella testa del Paese. In Lombardia, a Milano, dove a guidare l’Antimafia c’è ILda Boccassini. Ilda “la tosta”, come la chiamavano i boss che ha fatto arrestare. Luccica la sua collana, mentre racconta del maxiprocesso alla ndrangheta che sta per partire. E fa una riflessione, cinque mesi dopo i 300 arresti in mezz’Italia. “Sotto al Duomo, nonostante inchieste e appelli, infatti, non abbiamo la fila di chi denuncia”, ironizza il procuratore aggiunto. Di sicuro, ci sono invece i classici segnali delle tentate estorsioni: incendi e furti nei cantieri. E di sicuro, c’è un lavoro tra la casa madre della ndrangheta e il luogo dove i boss fanno gli affari, che va avanti.