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Giocolieri, maestri e studenti. Precari

Una monetina, per un sorriso. Al posto delle nuvole di pensieri. Il mio rammarico è non essere riuscita a fotografarlo. Né a lasciargli qualcosa, ma a distanza ci siamo salutati con una promessa: “la prossima volta”.

Birilli bianchi, rossi, a righe. Volteggiavano nell’aria. In silenzio. Davanti a colonne di auto. In mezzo, tra due semafori, su Melchiorre Gioia- a Milano, vialone di vecchie fabbriche e nuovi  progetti, dove il grigio dell’asfalto e dei palazzoni luccica ora dell’azzurro della luminarie messe sulle tante gru di quest’enorme cantiere. Nel tempo di uno stop, questo giovane prestigiatore ha regalato la sua breve magia agli automobilisti impensieriti. E molti alla fine hanno abbassato i finestrini – volentieri – per lasciargli un segno di gratitudine. Per quel timido sorriso, sempre più a fatica conquistato. Avrà avuto poco più di vent’anni- il giocoliere, proprio come i ragazzi che scenderanno mercoledì di nuovo nelle piazze, (con tutte le preoccupazione che vi abbiamo raccontato sabato in Storiacce), contro il ddl Gelmini sull’Università, divenuto simbolo e bersaglio della protesta della “generazione a cui è stato rubato il futuro”. Mi è sembrata l’immagine perfetta – quel giocoliere – di questo momento. Cosa c’è di più precario di un improvvisato prestigiatore che – coperto solo di camicia e gilet – in una gelida giornata di dicembre, fa roteare i suoi birilli in cielo?!   Mi ha colpito forse ancora di più, nel mio tragitto verso la redazione, perché avevo appena finito di chiacchierare con un amico, professore universitario, proprio delle contestazioni alla riforma, ma soprattutto della “paura dei giovani, a desiderare qualcosa in più”, del disagio “accumulato e della distanza percepita con tutto il mondo di fuori, che non vuole neanche sentire la tua voce”. Abbiamo parlato di una sua laureanda – “bravissima” – che “non ci pensa neanche, però, a lasciare il suo lavoretto da poco più che commessa, per ambire a qualcosa di più, ma caso mai più incerto”. E della professione da “maestro, insegnante, professore che se fino ad un po’ di tempo fa era l’approdo sicuro di chi non riusciva ad arrivare ad altri mestieri più difficili, ora è visto come una chimera”. Io di una cosa sono da tempo certa: l’origine- almeno una- dei mali del nostro Paese e uno degli scandali più vergognosi e più trascurati è il lento, profondo e inesorabile declino –  nell’indifferenza generale – della professione degli insegnanti. Sottopagati, trascurati, non più stimati- in un mondo dove il prestigio è in proporzione agli zeri del conto in banca. Ma cosa ci dovrebbe essere di più prestigioso che trasmettere il sapere e formare la classe dirigente del futuro? Non è la stessa cosa avere o meno studiato. Anche per chi si è fatto da sé- e va benissimo- e guadagna miliardi.  

Gli studi, la cultura- parola tanto evocata, quanto svuotata  – non conta più nulla, come la storia del “Maestro di Vigevano” ha già magistralmente raccontato all’Italia (col libro di Lucio Mastronardi, scoperto da Italo Calvino, per Einaudi; e poi nel film di Elio Petri con Alberto Sordi). Proprio quando il minimo per la pensione si avvicinava, alla fine pure lui diventa “un padroncino”, per accontentare la moglie. E non è più quel “missionario”, che era convinto di essere e come- invano- sperava di sentirsi dire dai suoi alunni.