Radio24 | Il Sole 24 ORE

Il Giano bifronte della Calabria: chi denuncia e chi tradisce

A Reggio Calabria, capita che un giorno, le forze dell’ordine arrestino chi andava a chiedere il pizzo. E che il giorno dopo, sia uno di loro, uno in divisa, ad essere portato in carcere: spifferava le notizie ai boss. In cambio di regali. 24 ore e due facce opposte di una stessa difficile terra, la Calabria. Un Giano bifronte , che ora veglia sui primi di segnali di “primavera” anche in questa terra; ora assiste alle azioni di chi invece la soffoca. Su una faccia, gli imprenditori – che cominciano a non rispondere più col silenzio e l’obbedienza a chi chiede loro “di mettersi a posto”, ma denunciano nomi pesanti come i Piromalli di Gioia Tauro (tutti i dettagli-comprese le intercettazioni, cliccando qui per l’audio: ImprenditoriDenunciano ) – sull’altra,  il tradimento di un servitore dello Stato – talpa per la cosca reggina dei Lo Giudice, direttamente dal delicatissimo ufficio della Direzone Investigativa Antimafia.  In cambio, lui riceva regali costosi. Questo raccontano gli atti di una delicata inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria     

La macchina, gliela faceva trovare “già lavata e pronta”. “Quando vuoi passa e te la prendi”, dice il boss al carabiniere. E lui, un colonnello proprio dell’ Antimafia con quella ferrari della ndrangheta ci faceva tanti giri, e ne aveva fatto sentire il rombo pure ai colleghi- registrano le intercettazioni. Biglietti aerei, viaggi a Montecarlo insieme al boss- abiti e pure una Porsche erano il prezzo incassato dall’investigatore, in cambio di notizie su inchieste in corso e di una sorta di “immunità”- scrivono i magistrati – che garantiva ai Lo Giudice, potente clan reggino. “Si volevano comprare l’intoccabilità”, racconta un pentito Consolato Villani, secondo cui “la loro strategia era di fare arrestare gente delle altre cosche e restare soli”. per questo, volevano vendersi lo stesso capo supremo-Pasquale Condello, mette a verbale il collaboratore, specificando che “Il maresciallo, come lo chiamavano, era a disposizione”. Così tanto, da avvisarli di arresti, portare verbali, riferire notizie-come la microspia alla Regione calabria-o perorare la causa del loro armiere- Cortese, l’uomo della bomba e del bazooka ai magistrati. Ad indicarlo, un altro che ha saltato il fosso: Antonino Lo Giudice.

ps Di talpe è piena la storia dell’antimafia. Lo sapeva bene Giovanni Falcone e lo sa bene chi è passato soprattutto attraverso il Palazzo di Giustizia di Palermo, che insieme alle talpe ha visto anche l’era dei corvi. E lo sanno quindi benissimo anche Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, passati da Palermo ora a Reggio Calabria. Quando ne parlai col procuratore reggino, nell’ultima intervista a Storiacce- a proposito di un caso particolarmente “inquietante”, per sua stessa definizione, quello del commercialista Zumbo, già in rapporti con l’intelligence che spifferava ai boss le notizie sugli arresti del maxiblitz di luglio, lui chiuse con una battuta: “evidentemente, sono particolarmente sfortunato”.  L’ironia è un’arma in più nelle mani dell’antimafia.