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Vallanzasca: di banditi, film e catarsi

Vallanzasca con la moglie Antonella D'Agostino

Dai terroristi – di destra e di sinistra – ai serial killer. Dalla Uno Bianca ai vari capi dei capi. Il dibattito si ripropone ad ogni pellicola sulle pagine nere della storia d’Italia.  Un film sulle vite di boss, banditi o terroristi rischia di trasformarli in eroi? Anche se i misfatti, i crimini e le atrocità non vengono nascoste? Anche quando il dolore procurato e il sangue versato resta immortalato e ingrandito? In questi giorni, dopo l’intervista di Storiacce a Renato Vallanzasca, le polemiche sul prossimo film di Michele Placido si sono riaccese, rinfocolate dall’invito della Lega a boicottare l’ opera. Mi farebbe piacere condividere con voi qualche riflessione, abbozzata dopo aver ricevuto un po’ di mail di ascoltatori di vario tipo. Cesare, ad esempio, mi scrive che “non vedrà il film perché non si racconta la storia dei poliziotti che hanno catturato la banda della Comasina” (su questo blog, presto se ne parlerà, invece). 

Le prospettive potrebbe essere molteplici. Ma qual è il punto vero della discussione?, mi sono chiesta in questi giorni. La mancanza di rappresentazione del dolore, di chi ha sofferto per colpa di questi criminali? O piuttosto la sfiducia – preventiva- nei confronti dei registi, ma anche dello schermo- piccolo o grande che sia – di saper dare uno spaccato equilibrato di certi fatti? O ancora, la convinzione che la tradizione, nel senso etimologico del termine di “trasmissione al di là”, quindi al futuro, passi solo attraverso le immagini, annullando completamente il ruolo delle pagine scritte? Tutto ciò ha a che fare con l’ “apparire”? Prima di invitare a boicottare un film, non bisognerebbe comunque prima vederlo? 

E poi, bastano davvero due ore di adrenalina, davanti alle saghe di personaggi maledetti- come il bandito della Comasina – per creare in chi li vede il paventato effetto emulazione? Di cosa, di una vita “spericolata”? Ho sempre pensato il contrario, in realtà. O meglio, la mia formazione mi ha sempre portato a credere il contrario, nel nome dell’ellenico principio della Catarsi: la rappresentazione sul palco  delle tragedie, dovrebbe allontanare quelle passioni negative dalla vita reale.  Gli antichi greci di questo erano convinti, quando rappresentavano le loro tragedie. E voi, cosa ne pensate?

Mentre divampavano le polemiche sul bandito/eroe del set, ho ripensato al mio incontro con Renato Vallanzasca. Ebbene, io se non avessi saputo chi era quell’uomo seduto difronte a me, l’avrei “scambiato per una persona normale”: che parla a bassa voce, fa riflessioni di buon senso, miste a battute. Che scherza, seduto nella cucina di casa- con foto di normale vita quotidiana sulle pareti? Bisogna scomodare Annah Harendt e la sua “banalità del male”? O piuttosto credere anche alla funzione rieducativa del carcere, visti i 40 anni scontati da Vallanzasca, condannato però a 4 ergastoli e 260 anni di galera?

*Un piccolo retroscena: quando ho fatto a Vallanzasca la prima (di una serie) domanda sul delitto Loi, l’uccisione in carcere di un suo ex amico- uno degli episodi più cruenti a lui attribuiti e mai fino in fondo chiariti – prima di rispondere, con le mani ha mimato le corna. Domanda non gradita?! Al di delle polemiche sulla rappresentazione cinematrografica, la vita reale resta. Con tutte le sue atrocità.

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