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La protezione della nebbia. Dal frastuono del bunga bunga

E’ l’immagine del mistero. E del silenzio. E’ il velo che-pudico- tutto avvolge. E tutto monda. E’ come un filtro che smorza i colori, stempera i contorni e nella sua malinconia lascia sedimentare i pensieri. Mi piacciono queste sere di nebbia, a Milano: mi sembrano accogliere nel loro limbo dei movimenti rallentati e dei rumori attutiti la confusione sguaiata di queste giornate. Ieri, l’altroieri, ancora prima. Oggi, soprattutto. Dopo ore e ore di letture di carte su feste e incontri, di bunga bunga, di Ruby e di tutte le altre, di sms e telefonate tra schiere di gente che si chiama costantemente “amore e tesoro”, di racconti di trenini, travestimenti, di macchinnoni e serate- che definirei ad alto livello di decibel – entrare nella nebbia, all uscita della redazione, mi è sembrato come un abbraccio. D’un tratto, svanisce il chiasso. Svaniscono le tinte- sgargianti – di bellezze esibite e tutto si mescola. Nel silenzio. E torna ad ammantarsi del fascino di una trasparenza. Dove le forme sono appena accennate.

La nebbia (ma quando non devo guidare fuori dalla città!) mi ha sempre ammaliato, nelle sue brume inafferrabili che ti fanno immaginare più che osservare il mondo che ti circonda. E in queste serate, mi ci sono come abbandonata. E mi è sembrata come l’estrema pudica protezione di questa città, Milano, tradizionalmente riservata, elegante, austera e silenziosa, ai boati che l’avvolgono.

Sono nata in una terra di luce- brillante, accecante- di vento che spazza il cielo e di colori accesi. Ma ho imparato a conoscere e apprezzare anche la nebbia. Che mi sembra come una cantina, dove i pensieri possono essere lasciati lì- da soli- a fermentare, finché non siano pronti.

Deve essere così se Umberto Eco– che è vero uomo di nebbia, essendo nato ad Alessandria, città “al cui paragone- scrive- Londra è un’isola dei mari del sud” – celebra “l’esperienza amniotica” di camminare nella nebbia. Ogni tanto, un po’ di nebbia ci vuole. Per abbassare il volume.

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