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Almanacco dei giornalisti d’Italia

 

Giornalisti che denunciano, andando al di là della retorica. Giornalisti che svelano trame, sfidando i poteri. Giornalisti che “strappano il velo di inferni, come quello dei carusi” con i “bambini impiegati nelle miniere”, andando personalmente a verificare. Ma anche giornalisti che entrano nelle vite private degli uomini pubblici, raccontando vizi, provocando dimissioni, lanciando  campagne su elenchi di domande.  Quello che c’è oggi insomma, anima la stampa nostrana, c’era già un secolo fa. Lo ricorda Massimo Gramellini, vicedirettore de “La Stampa”, in un almanacco (qui il testo del suo intervento) dei 150 anche di giornalismo italiano, al Quirinale nella giornata dell’Informazione. Cita Matilde Serao, la campagna del Piccolo contro il ministro Francesco Crispi e rende infine omaggio, Gramellini, ai “prezzi pesanti pagati dal giornalismo migliore, negli anni di piombo.” Lo fa con un racconto-  in prima persona, come nelle poesie di Spoon River- del “primo giornalista ucciso per il mestiere che fa. 

“Il rimbombo, i lampi. Quel rimbombo sotto l’androne e subito il dolore, fortissimo, alla faccia, alla testa, che ancora persiste dopo giorni e giorni di agonia. Mi hanno “giustiziato” e sono il primo giornalista a morire per il mestiere che faccio. Del resto l’avevano detto: «alzeremo il tiro» e mi hanno scelto come esempio per tutti.
(…) Avrebbero potuto essere pallottole fasciste o naziste e invece muoio a più di sessant’anni per mano di questi idioti, sì, degli idioti ignoranti. È così che li giudico, alla fine. Certo, lo Stato di cui sono un servo non è uno Stato ideale, ma è in grado di difendersi senza legge speciali, con le armi legali che già possiede e che noi gli abbiamo dato in anni lontani. «Né con lo Stato né con le BR» dicono alcuni personaggi eminenti e improvvidi, ma è una neutralità impossibile: lo Stato per quanto debole, zoppicante, carente, talvolta iniquo, non si può mettere sullo stesso piano di gente che non ha un’idea dietro l’assassinio. (…) Di me diranno che sono un eroe, anche se ho vissuto tutta la mia vita lontano da ogni enfasi. Ho fatto il giornalista, non ho mai auspicato la morte di nessuno. Una vita tutto sommato abitudinaria, moderata, passata a lavorare, leggere, studiare, scrivere, giorno dopo giorno. Ma non è bastato a salvarmi da quel rimbombo nell’androne, da quegli idioti ignoranti. Il 29 novembre 1977 è arrivata la fine, dopo tredici giorni di agonia. Sono stato Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa di Torino.”