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Piccoli guappi muoiono

La faccia di Domenico, la gente col carrello l’ha vista solo dopo. Quando era già senza vita. Dopo le urla, le fughe, gli spari. Solo dopo. Quando era tornato il silenzio, perché Domenico e l’amico suo erano allora già a terra. E non facevano più paura, con la pistola vicino. E il passamontagna ancora sulla faccia. Solo dopo, dopo che un carabiniere e una guardia giurata-padre e figlio- hanno sparato, tutti hanno visto il viso liscio del bambino-bandito. Aveva 16 anni, Domenicoiii, ma quando si è avvicinato alle casse di quel supermercato- in quella giungla di cemento dell’hinterland napoletano- ha fatto paura. Proprio come il più consumato killer.

Certi bambini infatti diventano troppo presto dei grandi cattivi. Senza scrupoli e senza emozioni sulla loro faccia. Piccoli guappi crescono. Soldati ideali per gli eserciti della malavita. Aspiranti boss- se riescono a scavallare il traguardo dei venti anni. Domenico aveva 16 anni. Uno in meno di Antony, morto qualche settimana fa, sempre a Napoli. Un altro “bambino” a cui un nome da soap opera non è bastato per uscire dalla saga degli uomini della sua famiglia: il padre, il fratello. Uccisi anche loro nel tentativo di una rapina o perché i “colpi” volevano continuarli a fare in proprio. Senza rispettare il capo del quartiere. Domenico e Antony sono come “Rosario, Venturino, Matteo, Brasile, Aniello, Nicola, Carmelo, manovalanza impunita”, scrive Diego De Silva in “Certi Bambini”, Einaudi.

“Rosario ha undici anni. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine. Rosario si prende quello che può finché qualcuno non glielo toglie. Rosario non vi riguarda. Rosario vi piace”.

Rosario- il protagonista di questo gioiello di neorealismo,  quale è il romanzo scritto dall’autore salernitano più di dieci anni fa e poi costantemente ristampato – come troppi ragazzini del centro storico di Napoli come della periferia più anonima, conosce già il suo destino. Di violenza. E “per la sua faccia tutto è sempre normale. Cose come la meraviglia, lo smarrimento o l’allegria o la pena o la ripugnanza non hanno presa su di lui. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine”. La faccia di Rosario fa paura, a chi ne legge le gesta- dopo che in una mattina qualsiasi ha preparato la colazione alla nonna, uscito con la sua borsa da calcetto e ha compiuto il suo primo delitto. La faccia di Rosario fa paura, come quella che Domenico ha nascosto sotto un passamontagna, quando è andato a fare il suo colpo grosso nel supermercato. Le facce di questi bambini hanno infatti solo la pelle liscia della loro età. Perché le loro mani non tremano, quando impugnano le pistole. E i loro sguardi ti sfidano. E ti puntano, come si fa con un bersaglio. Da troppi anni, le storie di questi baby rapinatori si ripetono. Uguali, anche nel finale. Un allarme ripetuto anche dai magistrati napoletani. “Ma sempre inascoltato, perché servirebbero fondi per interventi sociali”, ci aveva raccontato il procuratore aggiunto di Napoli, Federico Cafiero de Raho- tra i massimi esperti di camorra- quando qualche settimana fa l’avevo intervistato, per Storiacce- dopo la morte del baby rapinatore Antony. Perché contro i baby criminali non si può pensare di agire solo con le forze dell’ordine. Altrimenti, non cambierà niente. Altrimenti, la storia di Rosario- raccontata più di dieci anni fa da De Silva- è destinata a ripetersi ancora troppe volte.

Qui, in Storiacce, l’analisi di Cafiero De Raho e poi il racconto di De Silva.

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