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Tacchi a spillo, piazze e pari opportunità

Alla fine, è tutta una questione di sogni. Di poster, appesi al muro. Ma soprattutto di alternative. Trovate autonomamente o indicate dai “grandi”. La famiglia. C’ho pensato a lungo, ma alla fine torno a quelle intercettazioni e a quelle interviste. Sta in quelle conversazioni tra padri e figlie la frattura più profonda mostrata, secondo me, dal caso Ruby. Nei suggerimenti della madre, perché la ragazza non si faccia superare dalle altre nei rapporti privilegiati, che spalancano la strada del successo- nel rammarico di quel padre che con un deluso- “purtroppo no, magari” – risponde alla domanda sulla possibile relazione tra la figlia ventenne e il presidente 70enne”. Alla fine, se le adolescenti di ogni generazione hanno sempre desiderato emulare idoli- più o meno stravaganti, trasgressivi o semplicemente televisivi – solo ora però trovano l’appoggio nei genitori. Che invece di indicare un altro possibile percorso, punto di partenza di un confronto che porti poi alla scelta, allargano la strada di quell’ unica direzione immaginata e le accompagnano ai provini del Grande Fratello o della Velina di turno. Ecco, l’alternativa che muore. A me è venuto in mente- anche se è tutt’altra storia, (o forse no) – “Il maestro di Vigevano”.

Ma se “dal letame nascono i fiori”, il seme più prezioso gettato del caso Ruby è questo dibattito divampato su donne, immagine, corpo, diritti. Piazza. Proposte. Faccio un po’ di premesse: sono stata- fino ad ora- convinta di essere nata un’era in cui i diritti delle donne fossero già tutti acquisiti, scontati e anzi, lo confesso, fino ad un po’ di tempo fa avevano per me un suono quasi anacronistico – come certe tracce dei temi di scuola media – alcuni discorsi sull’emancipazione delle donne. 2-Non mi sono mai sentita discriminata in nulla, ma sono sempre stata convinta che la fatica, lo studio, la costanza e un pizzico di fortuna fossero l’ unica ricetta tanto per gli uomini, che per le donne. 3-Non ho mai creduto in manifestazioni e ricorrenze, tipo 8 marzo. 4- Non discuto la libertà di chi identifica in tacchi (che porto sempre), scollature (che apprezzo) e feste (dipende da quali) il proprio itinerario di carriera. Né entro nella “libertà” (quando è una scelta tra più alternative) di chi vuole vendersi. E infatti tra il titolo dell’Unità di qualche mese fa “Lasciate a case le bambine” e quello di Libero “La patata bollente” – forse apprezzo di più l’ironia del secondo. I profili “morali” mi interessano fino ad un certo punto, perché- appunto, richiamando il grande Immanuel Kant, la legge morale ognuno l’ha dentro di sé. E solo con essa si confronta. Sono i contorni sociali/economici/politici del dibattito che mi interessano e che mi hanno fatto negli ultimi tempi cambiare idea, rispetto alle prime premesse. Se anche infatti non sono mai stata toccata da queste questioni, ho capito che è discriminazione sottile chiedere a chi cerca lavoro, se ha intenzioni di fare figli o ritardare una promozione nell’ ipotesi di una vicina maternità. Ho capito che è discriminazione profonda, non avere quella struttura culturale, sociale ed economica autentica – che va incontro – concretamente, con una tangibile organizzazione del lavoro- alla donna, che per qualche mese si allontana per fare un figlio. Per cui quell’assenza non le “farà perdere il treno che passa”.

E allora, quale rimedio? Da anni l’Italia discute di quote rosa, introdotte (sulla carta) in molti settori e si confronta sulle Pari Opportunità- diventate anche un dicastero. Ma l’inversione di rotta culturale non c’è stata: le donne in ruoli importanti non sono più così poche e sempre di più hanno storie di successi. Ma restano storie di traguardi solitari. Un dato che sottolineo non perché vorrei vedere solo donne a guidare il Paese (io poi- lo ammetto- ho sempre trovato gli ambienti di lavoro con troppe donne delle anguste case di specchi), ma perché i casi singoli di faticose riuscite non mi sembra abbiano lasciato una scia feconda, che si tramuti in energia per un meccanismo. I tempi di questi processi forse sono giurassici, ma allora- forse- ha ragione la mia amica Maria (bellissima chiacchierata ieri con ottimo vino e ancor miglior cibo siciliano!) quando mi invita a ricredermi sulle quote rose, che anche lei – mi ha detto- criticava fino ad un po’ di tempo fa. Non mi convincono, non mi piacciono e credo che farebbero- al momento- sì aumentare le poltrone rose nei cda o sugli scranni (a proposito quante sono le amministrazioni locali- portate davanti al Tar per non aver rispettato anche queste proporzioni!? Diverse) , ma non cambierebbero- per com’è l Italia adesso- le dinamiche di vita di tutte le quotidiane equilibriste, divise tra lavoro, studi, casa, colleghi, figli. Libri, pc, viaggi di lavoro. Lavoro da finire a casa. E poi, asili, orari (precisi per le scuole, sempre più allungati per il lavoro), spese (sempre maggiori, con stipendi non alla pari). Cene, amiche. Magari sport, quasi sempre sveglie che suonano sempre prima. “In Norvegia, non solo è obbligatorio il congedo parentale anche per i neo-padri”, mi ha ricordato la mia amica. “Ma anzi per chi non lo prende può essere un neo nel futuro della carriera. Oltre che nel rapporto coi figli”. Ecco, io credo che a volte le rivoluzioni si facciano con singoli mirati interventi. Come questo. E i cambiamenti seri possano partire anche da “barzellette”. Come quella del bunga bunga

ps A novembre, i colleghi di IL-il mensile del Sole24ore mi chiesero di scrivere il pezzo di copertina su quelle che “Bunga a bunga a chi?” e ho cominciato forse allora davvero a riflettere su questi temi. E per questo li ringrazio!

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