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I Gladiatori sconfitti: storie di scavi dimenticati

Smaltita la fila –  delle auto incolonnate davanti ai vari centri commerciali – imbroccata la strada – dopo vari tentativi e altrettante richieste di informazioni (non di rado a vuoto) – solo ai più volenterosi e determinati uno scolorito cartello introduce in quello che era un importante centro religioso. Benvenuti nel Lucus Feroniae (alle porte di Roma), uno dei tanti (troppi) siti archeologici italiani, dimenticati, maltrattati o nella migliore delle ipotesi poco valorizzati. Anche se conservano statue e bassolirievi, che dovrebbero avere la fila per essere ammirati.  Bassorilievi, come quello dei gladiatori – “strappato ai tombaroli e ora dimenticato sotto i teloni”, come scrivono sul Corriere della Sera Gianantonio Stella e Sergio Rizzo.

Ero appena tornata da Pompei, da giorni di cronache su crolli e degrado, quando ho visitato il Lucus Feroniae: non sapevo neanche esistesse. Eppure è un sito straordinario, per le statue – bellissime ed enormi- recuperate; per le colonne dell’originaria palestra ancora integre; per quel basamento, i mosaici e per quelle terme, vestigia di ripetute preghiere, antiche vittorie e un profondo senso del bello. I romani – in questo – erano maestri ed è un oltraggio in più lo stato di alcuni importanti scavi. Un viaggio tra degrado, furti e crolli, che Stella e Rizzo hanno raccolto nel loro ultimo libro, Vandali. Quando ho visitato il Lucus Feroniae, ero appena tornata dalla trasferta a Pompei – come ho detto – dopo il crollo, appunto, della Schola Armaturarum. E quei bassorilievi mi hanno fatto ripensare alle antiche vittorie pompeiane di quella Schola, ora coperte da teli bianchi. Come si fa con i morti ammazzati per strada.

Se il problema sono (anche) i soldi, perché per luoghi così preziosi e belli non introdurre anche un biglietto? Anche minimo. Se può aiutare nella manutenzione e nella diffusione? Anche se il paragone  non si può fare, mi colpisce leggere che per entrare al Carnevale di Viareggio, il ticket d’ingresso è 15 euro, più altri 15 per le tribune numerate. Una cifra significativa, che in tantissimi hanno pagato. I beni archeologici sono invece a ingresso libero (troppo spesso, secondo me), ma anche liberi di essere dimenticati e abbandonati.

Cancelli chiusi, colonne accatastate, sarcofagi o bassorilievi coperti da teloni sono le istantanee di quel che resta di molte città romane – un tempo gloriose. Ne ho viste troppe. Molte, purtroppo, nella mia Campania. La prima immagine che ora mi viene in mente è Teano. La città del celebre “Obbedisco” di Garibaldi a Vittorio Emanuele II fu molto prima un  importante urbe romana (come la vicina Sessa Aurunca), ma vedere il teatro è difficilissimo. Difficile trovarlo, difficile capire se sia aperto e quando o meno. Difficile, però, non rendersi conto di quanto prezioso un tempo fosse. Ignote- spesso- (o nascoste) ai turisti, queste zone sono invece studiatissime dai tombaroli, che sanno perfettamente dove trovare opere da rivendere, come Storiacce – nella rubrica del sabato (13.15) – tempo fa aveva raccontato, soprattutto in un’inchiesta, scritta poi anche sul Sole24ore.

ps. Agli amanti di antichità e beni archeologici, segnalo- tra gli altri- questo blog “Filelleni”  di Simone Foresta, ricercatore all’Università Federico II di Napoli