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Il Giappone e quelle file ordinate. Davanti all’Apocalisse

Il casco personale in testa. La borsa di Stato per il primo intervento, sotto il braccio. E poi, tutti in fila. In silenzio e in ordine. Ad aspettare acqua, che non c’è. O voli che non partono. Tutti in silenzio, con la paura negli occhi, ma senza urla e ressa. Anche se intorno c’è l’Apocalisse. E sempre con la mascherina sul viso. Come recita quel manuale di sopravvivenza, ripassato in ogni momento in Giappone, il Paese che convive con i terremoti. All’insegna dell’autodisciplina.

Lo hanno notato e commentato tutti. Renata Pisu, giornalista e scrittrice, racconta oggi su Repubblica la quotidianità, con le scosse che ti cullano di notte e con le esercitazioni ad ogni primo settembre. Tutto questo non salva dalla potenza della terra che si squarcia, dalla furia del mare che tutto inghiotte  – come nel celebre dipinto di Hokusai (lo vidi tanto tempo fai, in uno dei miei primi contatti con Milano). Ma tutto questo, cosa sarebbe stato in qualsiasi altra parte del mondo? Il Giappone sta vivendo ore da Apocalisse, ma non ci sarà un day after con i mea culpa, per allarmi inascoltati, prevenzioni inesistenti, per case costruite male, per risse per accaparrarsi i beni rimasti o per sciacalli nelle strade svuotate di vita. Le immagini – devastanti – che arrivano da laggiù credo debbano far meditare tutti. Con un messaggio all’insegna del bene comune.

Ma poiché- come scrisse Giovanni Verga nei Malavoglia – “ogni dolore è sempre un dolore privato” – davanti a quelle immagini, io ho ripensato ai sistemi di prevenzione, alle  evacuazione e ai piani che dovrebbero scattare sotto al nostro Vesuvio. Tempo fa, avevo fatto un lavoro, per un’inchiesta su questo. E davanti alle notizie dal Giappone, mi è venuto un brivido. Napoli è la città tra le più lontane al mondo da Tokyo..