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Milano, ‘ndrangheta city

Il pizzo sui locali, ma anche sui venditori ambulanti di panini. Gli interessi per una multinazionale come la Tnt, come per i videopoker. La possibilità di fare riunioni in uffici degli ospedali Niguarda e Galeazzi – come quella di incontrare un “proprio candidato” alle elezioni. E così “attraverso i voti- scrive il giudice- esercitare il controllo del territorio”. Messi tutti in fila gli episodi,  il gip Giuseppe Gennari conclude che “la presenza della ndrangheta a Milano è talmente capillare e profonda da essere accettata come un fatto normale”. Così normale diventa – in più quartieri (Città Studi, Bovisa, Bresso) – pagare una percentuale, assumere per la security le persone imposte o arrivare a spaccarsi la tibia per ricevere dall’assicurazione i soldi da dare ai clan. “Potete anche ammazzarmi, mi fate un favore”, sbotta disperato un imprenditore, mentre un altro- per due anni, versa 150 euro a sera, perché questa – “certo che è una tangente”, gli conferma uno degli arrestati, Francesco Piccolo, traid d’ union, secondo gli inquirenti, tra il gruppo Flachi – che ha all’attivo un curriculum di condanne e pure di contatti in passato con Renato Vallanzasca – e la politica. E’ lui a dire, “abbiamo fatto la prima riunione per le votiazioni, noi portiamo Antonella Maiolo”, ex consigliere Pdl della Lombardia. Lei incontra due volte Davide Flachi, “collettore di voti, solo perché – scrive il gip- figlio del padrone mafioso di Bruzzano e Bresso”. La Maiolo non è indagata, ma per il giudice, “si avrà un bel dire che nessuno conosceva la fama dei Flachi: bastava scorrere il web- scrive – per trovare centinaia di riferimenti”. Tra i contatti di un altro boss, Paolo Martino, anche l’agente dei vip- Lele Mora e il suo avvocato, Luca Giuliante (già difensore anche della Ruby di Berlusconi). Si “incontrano per parlare di una gara d’appalto”, ma “i rapporti tra i due non sembrano essere occasionali e passano per interessi economici e imprenditoriali comuni”.