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Il silenzio dell’Aquila. Due anni dopo il terremoto

Il silenzio. Il silenzio del decumano senza vita. E quello delle new town senza storia. Il silenzio delle strade sbarrate e quello delle famiglie sradicate. Il silenzio delle finestre chiuse, dei palazzi collassati, delle insegne spente o delle case puntellate. Il silenzio delle chiese sventrate, ma pure delle piazze disabitate. Il silenzio della morte. Delle 309 vittime. Ma anche quello della solitudine.

L’ Aquila- due anni dopo il terremoto- è una città-senza città. Con tanti quartieri-dormitorio, periferia di un centro, che non esiste più. Non esistono più i negozi, i ristoranti, gli uffici lungo i portici del cuore antico e non esiste più neanche la vita sociale degli aquilani. I giovani per incontrarsi vanno all’ Aquilone, il più grande centro commerciale della città. Chi un lavoro ce l’ha, prende la macchina e riesce a tornare ad una dimensione di vita più vicina a quella di prima. Per tutti gli altri, per le casalinghe, come- soprattutto per gli anziani- le giornate scorrono lunghissime, uguali, taciturne. Con la difficoltà di dover necessariamente avere un’auto, per la spesa, il medico, la chiesa. Sono le persone sole, le vedove, soprattutto, o i single- quelli sradicati di più. Molti sono stati trasferiti negli agglomerati più lontani. O sono alcune delle 1.112 persone, ospitate ancora negli alberghi. Le riconosci subito. Sprofondate nel divano della hall, tre signore fissano la tv. Sullo schermo, Maria De Filippi. La più anziana ha 87 anni e troppo dolore negli occhi per parlare. Lo fanno le altre due, una- 50 anni e due figli, “che non vedo più” –  con la rabbia di “non poter cominciare neanche il conto alla rovescia, per il ritorno a casa”; l’altra, 80 anni e due occhi brillanti, con la “rassegnazione di aver perso due case nel centro storico, ma di avere ancora la musica dei miei figli, per andare avanti”.

Gli uomini da soli sono quelli più persi. Quello ospitato nel mio albergo sembrava aver dimenticato anche la capacità di parlare. Lasciava che il tempo scorresse, seduto- scomodamente- su una sedia. Davanti alla tv. Un altro, l’ho incontrato tra le case di Sant’Elia2- una delle new town del cosiddetto progetto Case. Ma passeggiava tra le auto del garage. 13.878 persone abitano qui, altre 2.877 nei Map- i Moduli abitativi prefabbricati. Sono quelli che hanno avuto la casa più danneggiata- classificata E- e che ora “temono che queste case provvisorie siano l’alloggio chissà per quanto tempo”. L’emergenza- lo riconoscono tutti all’Aquila- è stata gestita bene e queste case- per quanto anonime e sradicate – sono sistemazioni più che accoglienti, vista la gravità della situazione. Ma due anni dopo, l’Aquila ha bisogno di ritrovare se stessa. Di riportare la vita nelle sue strade, di riaprire uffici, negozi, case e chiese. Di poter reincontrare il vicino di casa. E parlare. Ma dopo 2 anni, solo ora- pare- la ricostruzione delle zone più danneggiate sta muovendo i primi passi. Si comincia a parlare di piani da presentare per “aggregati”. Ma – finita per decreto l’emergenza- tra burocrazia, scontro politico locale, liti sui fondi e mancanza pare di un’idea chiara di ricostruzione, il cammino sembra essere ancora lungo. E in piazza Duomo, davanti alla Chiesa delle anime sante – con la cupola imbracata in un’unica protezione – l’unico suono che si avverte è il gorgoglio della fontana. Qualche passo in lontananza. E un motore che si accende può essere solo quello della camionetta dell’esercito. Tutt’intorno, è il silenzio delle strade transennate, dei vicoli laterali senza luce, delle insegne spente. Il silenzio dei tubi innocenti che ridisegnano il profilo del decumano.

E quello della memoria, davanti a pensieri, foto, ricordi lasciati lungo una serie di transenne, diventate un’unica bacheca pubblica. “Venite a vedere l’Aquila e queste pietre che gridano. Erano frontoni, architravi, basamenti”.

ps La foto centrale è stata scattata ad Onna- questa mattina. Ve ne parlerò presto!

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