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Berlusconi in Tribunale: show dentro e fuori

Arriva, sorride. Stringe la mano agli avvocati, ad uno sistema la cravatta, ad un’altra dà un bacio, poi si avvicina ai giornalisti. E parla. Parla prima dentro l’aula, poi fuori tiene un comizio davanti alla sua folla di sostenitori, che ha portato palloncini, cartelli, musica e pure un palco, montato e poi fatto chiudere in tutta fretta. “Presidente, se ci fosse una condanna?”, gli chiedo, “Non scherziamo, nemmeno per sogno, si ride il sabato sera, il lunedì si lavora”, risponde. Per 9 minuti, il premier-imputato è a pochi centimentri da me e dagli altri colleghi. Rispetto agli ultimi 8 anni di assenza dal Palazzo di Giustizia, dopo la sua ultima deposizione al processo Sme, ha invertito la rotta. Ora viene, perché “essendo io  il mortale più sottoposto ai processi- risponde a Storicce – e poiché c’è l’ opposizione, con cui purtroppo abbiamo a che fare e loro non hanno il senso del ridicolo, tanto che diceva: “ti devi far processare”- sono venuto a sottolineare che sono stato in 2.065 udienze, con fango incredibile su di me sul Governo e sul Paese”. Risponde a queste e a molte altre domande, sulle intercettazioni (“non si possono usare”), sul caso Ruby (“l’ho aiutata, per evitare che finisse a fare la prostituta, è un paradosso”), sulla riforma della Giustizia (“non è punitiva, va fatta, perché i magistrati non devono essere più un’arma politica”) (l’intervista di Storiacce al premier, Silvio Berlusconi, nei giornali radio di Radio 24), poi per circa tre ore ascolta le deposizioni di tre testimoni. Seduto sulla poltrona accanto ai suoi difensori, prende appunti, allarga le braccia talvolta, ad un certo punto si pettina. Poi, finita la prima parte dell’udienza, comizio in strada.

Il palco era stato smontato, ma tra palloncini, bandiere e clacque (non tantissimi, a dire il vero) preso un microfono, Berlusconi torna all’attacco dei magistrati (“processi solo mediatici, che gettano fango sul Paese”). Le finestre del Palazzo di Giustizia e degli uffici di via Freguglia si riempiono di spettatori. I flash proibiti all’interno dell’aula fioccano in strada. Prima, c’era stato qualche battibecco tra le opposte tifoserie, sento due agenti parlare di “uno che è andato anche all’ospedale”, ma non vogliono darmi dettagli in più. Lo scoppio di un palloncino fa sobbalzare la folla. Poi, quando il premier va via, restano gli animi roventi degli opposti schieramenti.

Si insultano, strillano, uno evoca il gulag, l’altro Mussolini; una signora parla dei soldi alla scuola pubblica, l’altra risponde col nulla della sinistra. E così, fino a che la voce non si consuma. Ariel, collega del New Yorker, mi guarda incredula. Ogni lunedì, ormai, le spaccature del Paese si ripropongono sui marciapiedi davanti al Tribunale di Milano.