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“Datemi una testa, vi solleverò il mondo”

E’ la differenza, tra singoli funghi- spontanei e isolati. E un campo coltivato. Oppure la differenza, tra le matasse di fili colorati. E la stoffa, venuta fuori dal telaio. Queste metafore accompagnano una bella mattinata di conversazioni- al Festival delle Città d’Impresa- sulle Revolutionary Mind, le teste protagonisti di piccole/grandi rivoluzioni, con la loro capacità di andare fuori dagli schemi, col loro coraggio di osare. Teste a cui dobbiamo, ad esempio, il fatto di poter pensare che “l’aviaria sia stata una bufala e non un disastro”. Se il virus dei polli- vi ricordate il panico anni fa?- non ha fatto ancor più vittime è perché una donna, un’italiana, ha isolato per prima quel ceppo dell H5N1, ma poi ha condiviso la sua scoperta col resto della comunità scientifica. “Non me la sono sentita a tenermela chiusa. E’ stata anche una scelta etica”, racconta Ilaria Capua, direttore di un laboratorio di veterinaria, di referenza nazionale sull aviaria. Ha il viso sorridente e la bella abitudine degli scenziati di chiamare le cose sempre col loro nome esatto, quest’italiana vincitrice di uno dei premi più prestigiosi al mondo, quello di Revolutionary Mind, appunto condiviso- tra gli altri con Kofi Annan e Al Gore.  Lei è uno dei funghi spontanei, rari e preziosi per la nostra Italia, che “non è capace invece di curare sue coltivazioni”, denuncia Alfonso Gambardella, docente della Bocconi. Burocrazia, incapacità di fare rete, chiusura intellettuali e scarso investimento nel merito alcune delle ragioni che fanno sì che il nostro Paese sforni tante eccellenze, ma che troppo spesso non sappia trattenerle. E fa svuotare le nostre terre- come succede nel Sud, ad esempio – dei suoi talenti, lasciando anche un campo ancor più libero alle mafie. Che si nutrono dei vuoti. I vuoti dell’economia, della politica pulita, delle idee, delle innovazioni.

Ascoltavo le storie delle difficoltà che anche centri di eccellenza trovano, per “far venire in Italia ad esempio ricercatori stranieri, soprattutto extracomunitari”- e pensavo che soprattutto l’Italia invece dovrebbe ben conoscere la pozione magica della mescolanza. I grandi passi in avanti, che l unione di storie, culture, geni e formazioni portano alla civiltà. E un microcosmo è anche quello della ricerca. A cui appartiene ad esempio Sandra Savaglio, l’astrofisica calabrese che avevo intervistato, nella settimana dedicata su Radio 24 alla rinascita calabrese. Lei che il Time mise in copertina, come simbolo di quella fuga di cervelli, da una terra- come la Calabria, che invece proprio da lì dovrebbe ripartire. (Ma si registrano dei segnali positivi- come i dati dell’università di Catanzaro). Per attrarre imprese, creare lavoro. E togliere pretesti a chi- come le cosche si offre come un’assicurazione per la vita, in certe zone.

A volte, per far partire le grandi rivoluzioni basta il coraggio di poche persone, con la capacità di pensare “out of the box”, fuori dalla scatola, come quotidianamente si sforza di fare anche Cristina Pedicchio, del centro biomolecolare di Trieste e consigliere per il Commissario europeo all Innovazione, o come prova la testimonianza di Edi Fabbro, della Electrolux, che con le idee raggiungono i profitti. Ma quante scatole bloccano ancora la circolazione delle idee? E delle persone? Tante, troppe. E il rischio è che il Paese stesso si rinchiuda nella sua bella scatolina, bagnata da tre parti dal mare e chiusa dalle Alpi. Perdendo tutti i treni della competizione internazionale. E perdendo i suoi figli migliori, che una volta formati partono verso più ampi orizzonti.

E’ questa una delle peggiori Storiacce che l’Italia compie verso se stessa. Oggi Archimede forse direbbe, “datemi una testa- rivoluzionaria, vi solleverò il mondo”.

Ps. Il dibattito è stato introdotto dalla proiezione di un bel documentario, dedicato alla storia del laboratorio di Ilaria Capua, realizzato dall’associazione Spaesati, insieme con Bonawentura e Doclab.

pps. Le foto sono state scattate nel Lanificio Conte di Schio, dove si è tenuto il dibattito. Una bellissima vecchia fabbrica recuperata.