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Milano e “la cultura come terapia”

Ad un certo punto, mi sono voltata: sala gremita. E’ un normale giovedì, di una normale settimana di maggio; l’aria e’ pregna delle promesse d estate. E i milanesi affollano-anche- le sale dei concerti.
Auditorium Mahler, stagione sinfonica dell orchestra “La Verdi”. Il cartellone preannuncia Mozart- con il suo ultimo concerto per pianoforte- e Bruckner, con la sinfonia num 3.
Mentre il maestro Christian Zacharias trasformava l aria in note sublimi, mi sono voltata per osservare la sala dietro di me. Tante coppie, più o meno giovani; molte persone coi capelli bianchi; più gruppetti di amiche; non pochi uomini da soli. Che accompagnavano la melodia, con la consapevolezza di chi conosce lo spartito. C era gente delle eta più varie, delle storie e professioni più diverse in quell auditorium- dall acustica perfetta. E ho pensato alla sete di cultura esistente.
In una grande citta, come questa, finito di lavorare c e’ chi-per fortuna- crede e non rinuncia alla magia di un concerto sinfonico. E rinnova abbonamenti o fa corse, per anticipare impegni, pur di vivere le proprie passiono culturali. E non rinunciarci. Mi ha caricato di entusiasmo vedere cosi tante persone- cosi diverse- estasiate all ascolto delle note di Mozart e della sua Sehnsucht nacht nach dem Fruehlinge- nostalgia della primavera.
Questo a Milano e’ possibile, perche e’ una grande citta: vorrei lo fosse ancora di più, vorrei fosse la “citta che non dorme mai” e soddisfacesse i desideri di chi la vive. Milano e’ una citta colta, e vuole vivere e nutrire la sua cultura, come le sale da concerto affollate dimostrano.
“La cultura come terapia”, hanno scritto nel loro saggio l ex sindaco Carlo Tognoli e Giuseppe Di Leva. Terapia a tanti mali, compresa la crisi. Terapia, come ai tempi del terrorismo quando- ricorda Tognoli- “intensificare la vita culturale di Milano era anche una priorita sociale, perche la gente si era rinchiusa in casa per paura”. La cultura salvo allora i milanesi. E se Milano “e’ grande”, come recita la sua canzone più celebre, lo deve soprattutto a questo.
Ma e’ necessaria-io credo- anche un’educazione alla cultura, soprattutto dopo lunghe latitanze. E questo mi fa venire in mente una polemica di queste ore legata alla trasmissione di Vittorio Sgarbi, con l ambizione di portare la cultura sul piccolo schermo.
Lo share e’ stato basson l 8 per cento, la Rai pensa di tagliarla subito e lui, l irruento critico, commenta: “e’ come a scuola, all inizio certe lezioni non ti piacciono, ma poi ti danno le basi per proseguire e gustare il resto”. Trovo che abbia ragione. Dopo decenni di nani e ballerine, tette e culi, e circhi di ogni tipologia in tv, e’ quasi rivoluzionario portare la cultura. E per questo non piace. E’ fuori dai format consolidati e dagli schemi gia sperimentati. Premetto che non ho visto la trasmissione di Sgarbi, premetto che ogni mezzo- compreso quello televisivo- ha le sue regole e specificita, da catturare e dominare, in qualsiasi settore; ma detto questo, l esperimento della cultura forse meriterebbe anche il beneficio di una fase di sensibilizzazione. C e’ sete di temi culturali, ma c e’ contemporaneamente apatia e desertificazione, dopo anni di sempre e soliti spettacoli. Allora, forse bisognerebbe dare almeno al pubblico il tempo per lasciarsi stuzzicare, incuriosire, corteggiare e caso mai conqistare dalla cultura. Forse la tagliola dello share potrebbe avere tempi diversi, difronte ad un investimento a lungo periodo. Allo stesso tempo, la trasmissione potrebbe adattarsi di piu-se questo e’ il tema- alle esigenze della tv. Mi ritrovo a difendere Sgarbi, anche se spesso non ne condivido i modi soprattutto. Più che le opinioni. Ma su questo, mi trovo in perfetta sintonia. Se vogliamo svegliare le citta, proponiamo scelte culturali. E Milano sara come New York. Se vogliamo che la gente entri nella cultura, diamole pero il tempo per appassionarsi.

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