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Mafia: se vuoi conoscerla, la puoi evitare

Le più spavalde sono state, come sempre, le donne. C’ é chi si è alzata le ampie sottane e chi ha mostrato il dito medio. La nonna che- con l’ avambraccio piegato – ha scandito i versi della sfida e la nipote che ha intonato quelli dell’  insulto. Poco prima, prima di essere arrestato, il boss Salvatore D’ Amico aveva baciato sulla bocca il figlio. Ad un passo dai carabinieri, mentre più in là un ragazzino ostentava la sua pipì.
Una “sceneggiata” in grande stile -e ancor più volume- ha accompagnato l’ ultima retata anti camorra a S. Giovanni a Teduccio, nel napoletano. Una nuova sceneggiata, che col suo dizionario di improperi e simboligie, è però il termometro del controllo di un territorio e dei rapporti di forza tra clan e Stato.
Disprezzo, senso di impunità, arroganza. E omertà, ovviamente. Quei gesti dimostrano tutto questo e dicono che lì, in quel quartiere, loro sono e si sentono più forti. Di ogni altra autorità, che “invade”  il loro fortino.
I messaggi trasversali sono importanti, anzi centrali, nella lotta alla criminalità organizzata. Ci dicono (tra l’ altro) che i boss si prendono scherno dello Stato, quando da esso non si sentono davvero minacciati. Quando non ritengono che faccia sul serio, al di là del blitz. Così succedeva con Cosa Nostra, come raccontava lo stesso Giovanni Falcone, ben consapevole di come quei messaggi avessero presa poi sul resto del territorio. Il silenzio totale, come lo scherno, sono i giochi di forza delle famiglie criminali, che si sentano nel pieno della potenza. Che non sempre viene intesa. Spesso liquidata a folklore, ammuiina di uappi o vajasse– ossia clamore di piccoli boss o di donne sguaiate.

La storia delle nostre mafie ci dovrebbe però insegnare di non sminuire anche tutto quello che accade “intorno” all’ antimafia. Una delle principali differenze infatti tra l’epoca in cui fu ucciso Giancarlo Siani, il cronista del Mattino di Napoli, e questa di Roberto Saviano, caso editoriale mondiale col suo Gomorra, é che prima “la camorra quasi era ancora considerata dai più una storia di coppole, uomini d’ onore e guerre tra bande. Dopo, la camorra è per tutti un’organizzazione mafiosa”. In mezzo, tra il prima e il dopo ci sono oltre 20anni di storia, delitti e stragi. E’ sulla “consapevolezza” che Rosaria Capacchione, cronista del Mattino minacciata dalla camorra, pone l’ accento, per marcare la distanza tra quelle due ere. Siamo sedute dietro lo stesso tavolo, al Notturno festival di Caserta. E mentre ascolto la sua riflessione sugli anni di Siani e quelli di Saviano- titolo del nostro dibattito- mi convinco ancor di più che questa, la “consapevolezza”, sia in questo momento una delle principali cifre distintive tra Sud e Nord, in tema di antimafia. Come per decenni in Campania, o Sicilia o Calabria, si è voluto ridurre la camorra o Cosa Nostra e ‘ndrangheta, a una storia di banditi, gente rozza, “picciotti che si uccidevano tra loro”, così in Lombardia, e non solo, a lungo la mafia era solo “qualcosa di esportato e circoscritto, erano solo storie di calabresi o siciliani, che si regolavano i propri conti lontano da casa”. La consapevolezza, appunto. Fa la differenza. Maturata con la conoscenza e la volontà di averla. Oltre che la buona fede. A Milano, c e’ stata la Duomo Connection anni fa, ci sono stati i racconti di Raffaele Cutolo sui rapporti al Nord e c’ erano stati pure omicidi e intimidazioni. Ma col tempo, l’acqua dei Navigli è divenuta il nuovo fiume Lete, quello dell’ oblio. E della rimozione, complice. Così il silenzio più volte stigmatizzato dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, l’ assenza di denunce finisce con l’ essere il termometro della loro avanzata. E della loro salute. Solo quando si parla, sale le febbre. Allora, mentre intorno a quel tavolo-a Caserta, crocevia di clan camorristici, si parlava di omertà e consapevolezza, ho avuto chiara la percezione del cammino ancora molto lungo che sull’ antimafia il Nord deve percorrere. Per allontanarsi dal silenzio, verso le parole.
Come per una malattia, il primo passo per curarla è sempre diagnosticarla. E accettare la diagnosi.

Sfidando gli allagamenti provocati dai temporali e tanti problemi, i ragazzi di Notturno Festival hanno voluto avviare un percorso in questa direzione. Parlando anche di antimafia, oltre che di libri gialli. Anche per questo, mi ha fatto piacere esserci, anche se con tante nubi in testa.

Ps Con Rosaria Capacchione, ci siamo date appuntamento a Lamezia Terme, al festival Trame sui libri di mafia, di cui tornerò a parlarvi prestissimo, perchè Storiacce lo seguira molto da vicino. E gia prima del suo inizio!