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Napoli e i suoi “corpi di scarto”

I granelli della clessidra scorrono inesorabili. Ormai pare che manchino solo 24 ore. Un solo giorno. E poi – riempiti anche gli ultimi impianti — Napoli sarà di nuovo – ufficialmente- in emergenza. E se, per assurdo, tutta la città all’ improvviso fosse trasformata in discarica? Sotto il Maschio Angioino, l’umido. Davanti al mare di via Caracciolo, plastica e vetro. I rifiuti ingombranti ai Quartieri Spagnoli – anche col rischio di farli restare incastrare nei vicoli. Quelli tossici, nella solfatara di Pozzuoli. Tanto la terra lì già si lamenta di suo..

In questi anni di scempio, è talmente successo tutto e il contrario di tutto ai piedi del Vesuvio,  che davanti al tic tac di quest’ ennesimo conto alla rovescia – una provocazione mi ha attraversato la testa. Visto che il problema non si risolve, a questo punto perché non proclamare Napoli la prima città discarica del mondo? E i suoi abitanti tutti  “Corpi di scarto” ?

Almeno,  sapendo di vivere in una “discarica”, saprebbero arrangiarsi per sopravvivere. Perché si può vivere, anche nel buco delle cose morte. Tra ciò che è ormai eliminato. Gettato.  Accantonato.  Esaurito, come fanno i protagonisti dell’ ultimo romanzo di Elisabetta Bucciarelli:  “Corpi di scarto”, appunto, edito da Verde Nero.
Il dolore e l’amarezza, per il virus che deturpa il corpo di Napoli,  si traduce a volte in rabbia costruttiva, altra nella rassegnazione al male. Come il paziente che smette di lottare con la malattia e coi fantasmi di fuori e si abbandona ai deliri della febbre.
Come Iac,  Saddam,  il nero Argo e l’ incredible Lira Funesta, il differenziato gruppo di scarti umani che popola il romanzo:  visto che nelle loro vite non riescono a separare quanto c’ è da buttare- paure comprese- e quanto da tenere, si ritirano nella “loro” discarica.  La voragine che tutto inghiotte- dai rifiuti tossici infossati di nascosto, ai segreti delle intimità di una coppia- diventa così l’immagine di quello che al di fuori non funziona.  Le coscienze avariate. Gli affari sporchi, i sentimenti guasti. Le ipocrisie maleodoranti.
Il lezzo della discarica diventa così il disgusto per tutto quello che l’ha prodotta.  Ma nel romanzo della scrittrice milanese quelle montagne di monnezza cingono un microcosmo, che sopravvive nella ripetizione dei suoi rituali. Così gli abitanti di questo borgo di “auto scartati”  sanno riconoscere i quartieri di provenienza dei vari sacchetti e sanno dove recuperare scarpe e vestiti.
Proprio come Iac e il mefistofelico turco del libro, a Pianura -quartiere periferico di Napoli-  tutti dicono di sapere da dove arriva certa monnezza, che è andata ad ingrossare, in certe fasi dell’emergenza, lo speciale “sparti-traffico” di rifiuti.  Nel mezzo della strada.  “Vengono i camioncini bianchi dal Vomero e gettano qua i loro scarti”, racconta chi ci abita. Assicurano che sono i portieri dei palazzi dei quartieri alti a raccogliere i rifiuti dei ricchi e portarli nelle strade “dei poveri”.  Giurano i residenti e anche gli studenti di Economia che  “arrivano puntuali e che qualche portiere ha pure ammesso”. Verità e leggende, paure e fantasmi si confondono nei miasmi di un’ unica grande discarica. Come i fumi che corrodono le pelli e bruciano gli occhi di Iac e dei suoi amici, quando scoprono l’ interramento di enormi carichi di sostanze tossiche. Ed è per questo che il libro della Bucciarelli resta dentro, perché fa male, come un’ ustione che si rinnova ad ogni raggio di sole.  Fa male, perché in quei corpi di scarto si riconoscono le conseguenze di un diffuso modo di vivere. E da quella discarica affiorano tutte le degenerazioni del mondo di fuori.
In fondo, Napoli è già – per una sventura, che essa stessa ha contribuito a costruire – l’emblema di molte degenerazioni, diffuse al suo esterno. Gli affari sporchi delle mafie, le ipocrisie ataviche dei politici, gli imbrogli miopi degli speculatori, le pigrizie dei cittadini e il fatalismo dei rassegnati.
In fondo, non serve che il tempo scada e l’emergenza sia conclamata:  in fondo, da anni Napoli è già la più bella delle discariche mai aperte. Almeno, una volta ufficializzato, tutti sapranno come arrangiarsi. E forse anche questo dolore-  rinnovato ad ogni immagine di cumuli di rifiuti marcescenti – cedrebbe il passo ad una rassegnata accettazione dello stato di fatto. E forse, come discarica a cielo aperto, qualche illuminato imprenditore potrebbe pensare di investirci. Su tutta la città-discarica, tanto sulla sua monnezza quanto sulle sue meraviglie. Pacchetto completo.

Ps. Era da tantissimo che volevo parlarvi del libro di Elisabetta Bucciarelli; da quando l’ho letto a febbraio/marzo. Ora ho trovato fuori l’immagine di quello che c’è dentro, il libro. Ora nelle vite sull’ orlo del baratro dei personaggi del romanzo ritrovo Napoli.  Da qui l’iperbole di immaginare la città-discarica. Visto che raccoglie tutti gli scempi. Senza saperli nemmeno riciclare.

pps. All’ avvicinarsi del gong, diverse Regioni vanno in soccorso di Napoli. Questo conto alla rovescia è al momento rinviato.