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La morte di Montanelli e la mia prima diretta

“Dentro- nella sua stanza, una corona di fiori e una copia del suo giornale, il Corriere della Sera. Fuori, tutta la sua gente”.

Dieci anni fa (il 22 luglio 2001) se ne andava Indro Montanelli, giornalista. Il più ricordato (al contrario di quanto lui stesso credeva – come racconta oggi Beppe Servegnini), il più evocato (e non sempre da chi effettivamente ne fu discepolo o ammiratore), il più “esibito” (spesso in contesti, come gli agoni politici, dove i toni teatrali mal si addicono al rigore della sua analisi. E prosa).

La morte di Indro Montanelli fu la mia prima diretta per Radio 24. E ne ricordo perfettamente l’attacco, che ho riportato. In quel caldissimo mese di luglio, stavo facendo uno stage in quella che di lì a poco sarebbe diventata anche la mia redazione (fu uno dei tanti stage – anzi il più breve per durata – che mi ha permesso di conoscere dall’interno più giornali e più modi di mettere in pratica questo mestiere). Quando le agenzie di stampa batterono la notizia della morte di Montanelli, i miei capi mi dissero “vai”. Un’ora dopo, nel giornale radio delle 13, avrei fatto la mia prima diretta dalla clinica Madonnina, nel cuore di Milano. Una zona che poi mi sarebbe stata più vicina di quanto io potessi immaginare. 

C’era tantissima gente, in fila- in silenzio, col Corriere sotto braccio. C’erano tantissimi colleghi- che allora conoscevo solo di nome e c’era soprattutto il volto di Milano, una città allora ancora molto distanza da me. Uno dei più grandi giornalisti italiani era morto e toccava a me raccontarlo – in diretta- agli ascoltatori. “Cercando semplicemente di portarli, lì dove mi trovavo”. Me lo aveva detto Indro Montanelli, l’unica volta che gli ho parlato. Mi ritornò in mente durante il tragitto da viale Richard, prima sede di Radio24, a Crocetta, laddove l’Italia stava dando l’ultimo saluto ad uno dei suoi più lucidi osservatori.

Pochi minuti era durato l’ “incontro” con Montanelli. L’ anno prima, a Bologna. Lui era stato invitato a palazzo d’Accursio, sede del Comune, per ricevere la cittadinanza onoraria. E la sua presenza era “un evento” per me e per tutti gli altri studenti della Scuola di Giornalismo. Quindi andammo. In pubblico, parlò soprattutto del legame con la sua Firenze e con la nuova città che lo adottava, Bologna. La prima era per lui “come il letto di una moglie stizzosa e acida”, la seconda, “un ‘amante carnale e vogliosa, che ti aspetta a braccia aperte”. Montanelli era così: le cose le raccontava esattamente per come le vedeva. Senza orpelli o giri di parole. Con “semplicità” – l’ altro suggerimento che riservò a quel gruppetto di aspiranti cronisti. Semplicità, perché- come scrive Severgnini oggi, spiegando Montanelli ad un diciottenne – “sotto la scrittura e la logica di Indro, c’era solo il ritornello di una canzone di moda quando avevo la tua età: acqua azzurra, acqua chiara. Leggi Montanelli, vedi il fondo e capisci cosa si muove laggiù”.

Un mese dopo quella diretta, facevo parte della redazione di Radio 24. A Montanelli devo qualcosa anch’io.

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