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Franco Leone, storia di un avvocato serio. In un Paese che brucia, ma ugualmente chiude per ferie

La toga, avvolta alla bara. Altre, indossate dai suoi colleghi. Perché per Franco Leone, quella di avvocato non era solo la sua professione, ma la sua passione. Che rinnovava ad ogni processo, alimentava in ogni caso, confermava in ogni domenica passata sugli atti. E in ogni notte, sottratta al sonno a favore dello studio. Per lui quella non era fatica. Ma amore. E infatti quando lavorava sorrideva. Sempre, come hanno ricordato colleghi e magistrati, commossi. E anche per questo era bravo. Il più bravo della zona.

Dell’avvocato Franco Leone, questo soprattutto hanno ricordato dall’altare della basilica di Sant’Antonio a Vitulano, paesino del Sannio, rappresentanti delle Camere Penali di Benevento, di cui lui era stato più volte alla guida, il presidente del Tribunale, il sindaco. Lo ripetevano, snocciolando episodi e casi i tantissimi colleghi, che con la toga addosso – sotto un sole feroce – hanno voluto rendergli omaggio. Ci ripensavano, dietro le lacrime, i “suoi ragazzi” dello studio. Da ogni parte, in tantissimi sono arrivati tra le montagne del Taburno, terra natia dell’avvocato Leone, per abbracciare ancora una volta l’uomo – oltre che i suoi cari, affranti dal dolore – e rendere tributo alla sua professione. E al modo in cui l’aveva vissuta. Con “passione”, “determinazione”, “competenza”, “onestà”, “gioia”, “forza e coraggio”. Sono state queste le parole, riecheggiate più volte dentro e fuori l’antica chiesetta. Parole che mi ritornano in mente, in questo inizio di agosto che è tutto tranne che spensierato. Parole, da cui credo si debba ri-partire in queste difficili ore anche per il nostro Paese, in bilico sul suo futuro. Parole che- credo- debbano essere più spesso ripetute nelle discussioni sulla crisi, la disoccupazione e le rivendicazioni. Molte parole che ho ascoltato ai funerali dell’avvocato Leone, le ho ritrovate negli articoli sull’ultimo saluto a Peppe D’Avanzo, giornalista di Repubblica. E non mi ha stupito. Perché entrambi, credevano “nella ricerca sempre e comunque, della verità”. Ciascuno a modo suo, e nel proprio ruolo. E per entrambi, il mestiere era qualcosa che scorreva dentro le vene. E che mettevano in atto nell’unico modo concepibile. In modo assoluto, con convinzione e professionalità. Davanti ad “emergenze”, nuovi casi o inchieste da approfondire, lo studio per l’uno, il giornale per l’altro prevalevano su riposo, distrazioni e vacanze. E anche per questo erano bravi. I più bravi. In questi giorni difficilissimi per il nostro Paese, le storie- distanti, ma simili – di Franco Leone e Peppe D’Avanzo dovrebbero essere più presenti ad una classe politica, che “scandalosamente”- come ha scritto Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera– si prepara a chiudere per ferie fino al 12 settembre, mentre “la casa brucia”. Ma in fondo, all’interno della nostra classe politica, quanti sono quelli che occupano gli scranni del Parlamento per “competenza”, “professionalità”, quanti quelli che se lo sono conquistato per “merito” quel posto e che lo vivono poi con “passione, determinazione e coraggio”? E che dire dello “spirito di sacrificio”, com’era il modo di intendere la professione dell’avvocato Leone e del giornalista D’Avanzo? Per non parlare dell’ “onestà”.

Come si fa con i bambini, è l’esempio a stabilire la credibilità e l’autorevolezza. E a lasciare la traccia, più di mille parole. L’esempio, che Franco Leone aveva avuto dal padre, Angelo, e che ha trasmesso ai figli, anche loro avvocati, Angelo e Biancamaria. Che indossano la toga, seguendo il suo esempio. L’esempio di una serietà, sempre meno di moda. Soprattutto nei palazzi del potere.

Ps. Ho conosciuto l’avvocato Leone, quando ero ancora una ragazzina, una liceale col sogno di fare la giornalista. La sua morte mi ha addolorato tantissimo, per il legame che ho verso tutta la famiglia. Ma sono convinta che proprio in momenti come questi, l’Italia dovrebbe ripartire dalle storie – e dagli esempi- di persone come Franco Leone o Peppe D’Avanzo. Di chi crede nel valore del proprio mestiere. Ma a scorrere le pagine dei quotidiani, sembrano piuttosto abitanti dell’ “isola che non c’è”. Non certo di quest’Italia.