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Dalle fabbriche alle tangenti: viaggio nell’ex Stalingrado

Sesto S.Giovanni. “E’ stato un colpo basso per quella che era la piccola Stalingrado d’Italia”. “Abbiamo appurato che tutto il mondo è paese. Mah..”

Superato piazzale Loreto e i suoi fantasmi, lasciata Milano e le sue insegne, benvenuti nella città delle fabbriche, recita l’insegna di un museo. Benvenuti in uno dei fortini più blindati della sinistra. Benvenuti nella città, che da medaglia d’oro della Resistenza, teme ora di diventare il luogo simbolo di una Tangentopoli rossa. “E’ un terremoto”. “Proprio non ci aspettavano tutto questo, proprio qui”.  Sugli stradoni intotolati ai grandi industriali – con le pagine dell’ Unità ancora affisse nelle bacheche, vecchi pezzi di fabbriche esposti a mo di sculture, ma un’identià cittadina ancora tutta  da ricostruire, dopo la chiusura degli alti forni — tutti parlano del “peccato originale” contestato dalla Procura di Monza all’ex sindaco, Filippo Penati, già presidente della provincia di Milano e già capo della segreteria politica del Pd. “Un peccato”, durato 15 anni – scrivono i magistrati – e chiamato “arricchimento privato  e illecito finanziamento alla politica”.
Si rialzano le serrande dopo la chiusura agostana. Ed è un’altra città quella che gli abitanti sembrano ritrovare. La città che costringe il Pd nazionale ad avviare un suo processo interno. Una città che sembra dividersi tra chi sussurra – possibilmente lontano dai microfoni – che “certe cose su Penati si sono sempre sapute e dette” e cita i viaggi o il cambiamento del tenore di vita; e chi invece obietta che si tratta di “accuse strumentali e tardive”. Visto che arrivano a più di 10 anni di distanza dai fatti e partono da sfidanti politici dei sindaci di sinistra. Una città che per la prima volta -ora- sembra mettere in discussione anche l’esito delle future elezioni.  “Hanno tradito i loro elettori”, “io non andrò più a votare”, “scopriamo che tutto il mondo è paese”, ripetono alle fermate dell’autobus sia signore dall’originario accento meridionale – ma ormai emigrate qui da decenni- che uomini con le mani da ex operai. O quanti ti dicono che loro “Pasini e Penati li conosco da sempre e certe cose, lì in città si sono sempre sapute”. Per i magistrati di Monza sono reati- gravi- di tangenti e scalate politiche, ripetuti e consolidati, tanto da far parlare dell’esistenza di “un sistema Sesto”.
“Chi amministra rischia sempre”, ammette il primo cittadino dell’ex Stalingrado, Giorgio Oldrini, figlio di quell’Abramo, sopravvisuto ai campi di concentramento e sindaco della città, subito dopo la guerra. Il suo nome è tirato in ballo sul capitolo riguardante la ristrutturazione del Palaghiaccio. Dopo l’arresto dell’ assessore, Pasqualino Di Leva, gli avversari politici ne chiedono le dimissioni, ma lui va avanti. “Mai ricevuto un avviso di garanzia, questa è una vicenda dolorosa, ma abbiamo portato avanti sempre un percorso di trasparenza”- ripete, preannunciando la prossima discussione in Consiglio Comunale- l’8 e 9 settembre- proprio sui progetti intorno all’ex area Falck. Il vecchio cuore industriale. Il nucleo ora dell’inchiesta.
“..E poi ti dicono tutti sono uguali e tutti rubano nella stessa maniera, ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa, quando viene la sera (…)” . La celebre frase di Francesco De Gregori è stata ripetuta più volte alla Festa democratica di Pesaro. Il Pd fa i conti con un nuovo richiamo alla questione morale e da più parti aumentano le pressioni su Penati, perché rinunci alla prescrizione che- al momento- gli ha fatto evitare il carcere. Anche per lui, infatti, la Procura aveva chiesto l’arresto, per concussione. Per aver cioé abusato del suo ruolo di pubblico ufficiale, imponendo alle vittime di pagare. Ma secondo il gip, l’accusa deve essere piuttosto corruzione: chi ha pagato cioè era parte del sistema. Ma il reato- che si prescrive in 7 anni e 1/2 – sarebbe già estinto. In attesa dell’esito del ricorso al Riesame, il partito  convoca per il 5 settembre la Commissione di garanzia. “Ho sentito il dovere di far qualcosa subito e ho deciso la convocazione senza consultare neanche i membri della Commissione”, commenta il presidente Luigi Berlinguer, che ipotizza una revisione dello statuto del Pd. “Noi dobbiamo essere più scrupolosi della cosiddetta moglie di Cesare. La corruzione non ci deve neanche sfiorare”, si infervora Berlinguer, che tuona anche contro certi comportamenti “fatti nell’interessi del partito, se vanno contro delle norme. Noi siamo un partito che combatte la corruzione”, sentenzia.  Luigi Berlinguer porta lo stesso cognome di quell’Enrico, che per primo richiamò alla questione morale la sinistra. Ma ora- avverte – “certi principi è importante ripeterli. Perché altrimenti si perdono”.
E anche per ricordarli, forse, nelle feste ex Unità, è tornata la voce di De Gregori. Che cantà però anche che “la storia nessuno la può cambiare. La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano”.
Il reportage da Sesto San Giovanni, domani 13.30 all’interno di “Italia in Controluce”

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