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Festival di Sarzana, nella Mente delle immmagini

Sarzana- Un titolo specifico, non c’è. Almeno, non dichiarato. Ma se dovessi indicare il tema complessivo più scandagliato di questa edizione del Festival della Mente, direi l’immagine. Almeno, questo è stato un leit motiv della mia “antologia sarzanese” (dettata da interessi, curiosità, ma anche casualità e contingenze) di incontri e dibattiti. Una piccola scelta in un cartellone ricchissimo di offerte, come di spunti. E ancor di più di spettatori.
L’immagine, come dimensione di un tempo e di un modo di vivere. Ma ci sono anche “le” immagini, quelle propinate da tv e pubblicità o quelle distrutte dal potere. Ci sono poi le immagini, proiezione di sè, come quelle opera dell’arte. Il bandolo di quello che sarebbe stato un filo rosso di questi tre giorni l’ho trovato in una foto e in un libro, che mi è venuto incontro appena arrivata: “La Giustizia bendata”- di Adriano Propseri. I volti della Giustizia, la storia iconografica di uno dei pilastri degli stati democratici, e da qui le deduzioni del rapporto che con essa hanno avuto i popoli. Che talvolta,come in Italia, la rappresentano vigile con la bilancia in mano, talora con la benda sugli occhi. Cieca. Come la Fortuna. Perché? Una domanda, con cui è iniziata un’intervista col professor Prosperi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa (la ascolterete in radio e ve ne parlerò più a lungo). Da una giustizia che non ha gli occhi coperti, discende un modo di viverla la Giustizia, in Italia da parte dell’opinione pubblica: “diretto, personale, plastico, fisiognomico”. Non basta l’udito di una giustizia, che non guarda in faccia alle persone. Noi usiamo la vista. E da qui, alla “spettacolarizzazione” del processo (e delle polemiche intorno al processo) il passo è immediato. Ovviamente, una Giustizia non cieca influenza anche il modo di raccontare la cronaca giudiziaria. Il tutto amplificato poi dal grande potere della televisione. “Che crea le tifoserie”, rifletterà un paio d’ore dopo Marco Belpoliti. Perché la tv “ipnotizza”, sovraeccitando tutti i sensi, ma non riscalda nè provoca reazioni. Rende “sonnambuli”, soprattutto davanti a scene forti ripetute in loop, come quelle dell’11settembre. E tanto più è efficace, quanto più è diretta. Il significante prevale. “Il medium è messaggio”, sentenziò McLuhan. E questo ha un peso-niente affatto secondario nello sviluppo del rapporto che il nostro Paese ha con la giustizia, i suoi riti e personaggi. Perché in tv non va bene ciò o chi che “è tipico”, ordinario, normale. Ma il contrario: e allora se nella politica le immagini hanno preso il posto dei programmi, nella giustizia esperimenti (in america) sulla presenza delle telecamere nelle aule dei processi hanno dimostrato come alterino la presenza degli attori del processo. La tv, come la pop art, è “popolare, effimera, consumabile-elenca Belpoliti- giovane, glamour, sexy: un grande affare”. La questione che ora siamo nell’era della post-tv, con youtube, ma non se ne leggono ancora gli effetti su grandi temi, come la Giustizia. Perché gli spettatori sono ancora nella fase dell’ubriacatura dell’audio-visivo, quella che Giuseppe Bertolucci, riprendendo Freud, definisce la fase del “perverso-polimorfo”: la sensazione di onnipotenza. Azione, dunque. Partecipazione, al contrario della tv, passiva, che trasforma i suoi elettori in “un corpo elettorale in servizio permanente effettivo”. La tv oggi, o forse ieri, ha per più aspetti sostituito le icone dei secoli passati: ragione e vessillo di tante guerre. Strumento principe dei regimi, pretesto omicida per alcuni, bersaglio privilegiato di altri-ha mostrato Luca Scarlini, parlando del “potere delle immagini. E immagini del potere”.
E un unico comun denominatore unisce le statue bizantine decapitate con le opere incenerite da Hitler o i buddha distrutti dai talebani con le rivolte musulmane per le vignette satiriche. Negli Stati Uniti, si contano 30mila processi all’anno per loghi commerciali contestati.
Di immagini, o ancor di più dell’ “ostentazione del sè interiore” vive secondo Zygmunt Bauman, il socialnetowork, espressione di come “non siamo preoccupati oggi dalla violazione della nostra privacy, ma dal suo opposto”. E chissà quanto di tutto questo non conduca ancor di più verso i “vuoti”, sofferti, attraversati e magnificamente raccontati da Michela Marzano, che ha affondato le sue parole nei rapporti tra mente e corpo. A partire dall’anoressia. Il tendone della piazza ha vibrato ripetutamente di applausi, di testimonianze e parole, al racconto molto in prima persona di una filosofa, che c’è passata personalmente.
E ora, mentre il treno mi riporta a Milano, ripenso ad alcune riflessioni ascoltate, a quelle poi condivise, o ancora a quelle che per varie ragioni mi sono invece perse. E’ appunto il Festival della Mente. E nonostante il suo successo, è riuscito a rimanere tale, con pensieri veri e pubblici attenti, e non una grande fiera.

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