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Meredith, cold case e vecchi marescialli

Dicono i vecchi investigatori che un caso “o si risolve nel giro di 48 ore o non lo sarà mai più”. E le ultime grandi vicende di cronaca nera sembrano confermalo. In principio fu Cogne- con tutti i suoi dilemmi e le iniziali giravolte. Poi ci fu Garlasco, con l’unico indagato prima accusato poi scagionato. Quindi ora Perugia, col delitto Meredith. Che succede agli investigatori italiani? Che fine hanno fatto i cari vecchi commissari, che non tralasciavano niente e si fidavano prima del loro fiiuto, poi dei risultati della scientifica?
Il clamoroso ribaltamento in appello del processo per la studentessa a Perugia credo-o meglio spero faccia riflettere su alcuni delitti, soprattutto in alcune realtà di provincia, dove i tanti riflettori alla fine hanno finito per illuminare poche certezze. E grandi errori. Di chi? Perchè? Ogni caso la sua storia e la sua genesi, ma forse c’ è qualcosa di ricorrente a cui è difficile dar nome. C’è un affidamento forse talvolta acritico a dati scientifici, che sono sì importanti, ma che vanno correttamente letti e raccolti per essere completi e sufficienti in aula. C’è forse un inconsapevole “fretta” di dare risposta dopo i delitti che se è legittima e anzi doverosa ambizione può compromettere le altrettanto doverose cautele. E la precisione.
Di sicuro, stando a questa sentenza d’appello, abbiamo tenuto dei ragazzi ingiustamente in carcere, perchè non hanno commesso il fatto. E questo mi fa venire i brividi. Dall’altra parte, mi rallegro di avere un sistema di garanzie tali da far credere di poter dimostrare la propria innocenza.
Altri giudici prima li avevano considerati colpevoli. E quello fin ad ora era il verbo della giustizia su questo caso. Fino ad pra, che l’ha ribaltato. Aprendo i cancelli del carcere per Raffaele e Amanda.

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