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Jobs, Ulisse di oggi

Steve Jobs e Ulisse. La “fame” del fondatore della Apple e il “folle volo” dell’eroe di Itaca. Che pur dopo lungo peregrinare, in balia degli dei e degli eventi, preferì sfidare l’ignoto. E scelse di avventurarsi al di là delle colonne d’Ercole, più che rifugiarsi nella sicurezza delle mura di casa. Una stessa “applicazione” unisce così la “fame” di conoscenza del più audace esemplare del pantheon ellenico alla “follia” del pifferaio magico di Cupertino. Jobs, l’ eroe del nostro secolo, nell’accezione classica del termine: di colui che pur non essendo immortale, come purtroppo le ultime ore ci hanno confermato, ha doti divine. Di coraggio, intelligenza e “funzione”. Un pò Ulisse, un pò Prometeo, Jobs ha portato nelle case di tutti il frutto dei suoi lampi. Cambiando il mondo e il modo di abitarlo: le mappe per orientarsi, i giornali da sfogliare sull’ I Pad, oltre alle infinite possibilità per connettersi e comunicare. Leggo che “aveva imparato dai suoi errori” a migliorarsi, seguendo i dettami del principale insegnamento di Socrate: “io so di non sapere”. E come tutti gli artisti, urbanisti e filosofi del mondo ellenico conosceva la forza della bellezza e la pretendeva nelle applicazioni pratiche. L’eleganza degli schermi piatti, la leggerezza e l’ armonia dei Mac sono così l’evoluzione delle pareti affrescate anche dei macelli delle città greche o dei mosaici nei luoghi pubblici di Pompei. Design e funzione. Oltre ad una grande comunicazione. Figlia della più nobile arte della parola. Che diventa marketing e incide nelle abitudini.

Per questo, senza dubbi è Steve Jobs oggi l’archetipo di una cultura classica “scongelata”: l’esempio di chi, i testi e gli insegnamenti del mondo greco e latino “li usa davvero, dopo averli regolarmente sbrinati”. Di questo si sta discutendo a Siena, in una due giorni di interventi e testimonianze sull’utilizzo di una cultura da alcuni considerata polverosa, ma che invece scopriamo essere “l’app” più solida, per dialogare con il futuro. O ancora, classici non solo haute couture, ma pret a porter. Ne sono convinti Maurizio Bettini e Gigi Spina, curatori del convegno su “I classici degli altri” (6-7 ottobre) al Collegio Santa Chiara di Siena, che hanno voluto affiancare a filologi e studiosi vari di classicità (come loro), storie “dell’altro mondo”. Del mondo cioè esterno alle Università e ai ristretti seminari di addetti ai lavori, per scoprire che nel giornalismo, come nell’editoria, nell’enigmistica, come nella scienza, in tanti hanno un classico alle loro spalle. E soprattutto nella loro testa.
Peccato non aver potuto invitare Steve Jobs: l’eroe di Cupertino, che rivediamo in queste ore su tutte le testate, fotografato statuario sul palco- col globo dietro di sè – è più di Telemaco il figlio che Ulisse avrebbe voluto. Lui che in piedi sulla barca, agitata dalle onde, ricordò ai suoi uomini che “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. “Stay hungry, stay foolish”: siate affamati e folli. Di sogni e saperi.

ps. Sarei stata felicissima, per molte ragioni, di essere a Siena, ma l’ubiquità purtroppo ancora non è stata inventata.

pps Il libro “scongelato” nella foto è stato un mio prezioso compagno di viaggio nella preparazione della tesi di Laurea, sull’ “Esodo nella Tragedia grecia”. Oltre ad essere uno straordinario saggio di critica letteraria

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