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Piovani, “No alla musica passiva”. Il concerto, il silenzio, la voce della luna

“Eppure credo che se ci fosse più silenzio, se tutti facessimo più silenzio, forse capiremmo qualcosa”.

La voce della luna- stasera- è un refolo di vento, nelle strade bianche di Milano. E’ il fruscio dei platani, è l’avanzata felpata di una bicicletta. E’ l’eco dei miei tacchi- gialli, nelle stradine strette del centro. La voce della luna- stasera- è il dondolio dei pensieri, fioriti insieme con quelle parole che furono il testamento spirituale di Federico Fellini, rinnovato da  Nicola Piovani, che col ricordo del grande regista romagnolo e con l’ultima battuta-pronunciata nel suo ultimo film, “La voce della luna”, appunto – ha concluso (quasi) il concerto al conservatorio, in beneficenza per dei bambini tristi di Bucarest. Con la voce della luna, si è chiusa così una serata iniziata contro le voci subite: le voci delle musiche sempre accese in qualsiasi ristorante, bar e perfino libreria, delle radio che si confondono, dell’armonia che necessariamente degrada in assenza del suo ritmo, dei suoni che diventano rumore. Passivo. “E com’è stato per il fumo, spero che presto la Commissione Europea metta al bando anche la musica passiva”, suggerisce- tra il serio e il faceto il maestro, prima di appoggiare le dita sul suo pianoforte, con cui ha alternato colonne sonore di celebri film a suite in onore dei miti greci, all’omaggio a un poeta come Fabrizio De André. “Senza la sua voce, sono melodie zoppe, ma ricreano comunque emozioni”, spiega il maestro, quasi a giustificarsi per esecuzioni di suoni, che nella testa di ciascuno in sala componevano parole. E pensieri. E davano voce ad altre lune, come quella- piena- che tempo fa parlava nella barbagia distesa di una magica sera d’estate. Le emozioni si rincorrono con le evocazioni di quelle note, il dolore della “stanza del figlio”, la profondità dei miti ellenici, la tenerezza giocosa de “La vita è bella”. Bella anche per quei 18 bimbi di Bucarest, disabili e orfani, che anche grazie alla compagnia di alcuni asini, a loro volta abbandonati, escono un po’ dal loro guscio. “E qualcuno ha cominciato anche a parlare”, racconta il parroco, della congregazione di Orione, arrivato dalla Romania per questa serata. Ma rimasto lì, con la testa, perché uno dei suoi bimbi era stato operato e si era in attesa del suo risveglio dall’anestesia. Il limbo del piccolo rumeno è coma la “melodia sospesa” di Piovani, il pezzo rimasto senza un finale, così che ognuno lo possa riempire dei propri desideri. E l’intensità e l’intesa che vedevo tra Piovani e gli altri quattro musiciti era gravida di emozioni: sentivo il fiato dell’unica donna dare vita al clarinetto e poi al sassofono e poi ad un flauto. E vedevo le sue vene gonfiarsi, come le rughe intorno agli occhi di Piovani arricciarsi o distendersi a seconda del tempo e del senso di quella musica. “Musica dal vivo, non musica passiva”, rimarca il musicista, pronto a lanciare una campagna contro i sottofondi musicali a tutti i costi nei locali (campagna che condivido). Musica in carne e ossa, viva, “nonostante ci sia che dica che ciò che non passa in tv- ironizza Piovani- non esiste. Se è così- conclude- noi stasera non siamo esistiti e io sono stato felice per due ore di non esserci mai stato, insieme a voi”.

Eppure, se ci fosse più silenzio, forse anche noi capiremmo qualcosa. Capiremmo l’anima delle nostre città e dei loro abitanti, senza il rumore. Capiremmo l’anima di noi stessi e del Paese, senza il “chiasso mediatico” denunciato già da Gillo Dorfles. Le redazioni- per definizione- sono luoghi rumorosi, in tutti i sensi: di suoni e parole sovrapposte, come di bombardamenti di input esterni. E in quei cicloni, noi- io- ci vivo la gran parte delle mie giornate. Eppure, solo quando si esce e c’è silenzio, si riesce- forse- a capire qualcosa.