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Libri contro le mafie

Quattro libri. Anche quattro libri, dedicati alla camorra c’erano nel bunker di Michele Zagaria, il superboss di Gomorra, appena catturato. E così è successo anche altre volte, dopo altre catture celebri. I boss si fanno portare i libri, che parlano di loro, certo per “auto-esaltazione”, commenta Raffaele Cantone, ma anche “per sapere quanto delle loro trame è stato scoperto”. Parto da qui- da una nota di cronaca recente, per approdare poi ad una riflessione sulle mafie, le parole e su una polemica che sta avvolgendo il primo festival dei libri di mafia, Trame, tenuto l’estate scorsa a Lamezia Terme. Parto da qui, da quei libri che Michele Zagaria teneva sul suo comodino non solo perché erano inseriti anch’essi (i saggi di Raffaele Cantone e di Gigi Fiore) nel fitto programma di incontri, che fino a notte fonda nel cuore della Calabria, ha portato centinaia di persone in piazza, per la festa dell’Antimafia. Parto da qui, perché- se mai ne avessimo avuto bisogno- è stata la conferma della potenza, dell’importanza e del ruolo che nella lotta alle mafie hanno le parole. Un caso più di ogni altro, il grande successo di Gomorra- di Roberto Saviano, diventato per i casalesi, ad un certo punto, un problema quasi maggiore della caccia degli inquirenti. Perché raccontando le loro trame, appunto, le parole mettono a nudo i boss. Davanti al mondo, ma soprattutto davanti alla loro gente. Quella dei paesi dove si nascondono, quella che copre le loro latitanze, quella che inveisce ancora contro la cattura di chi ai loro occhi è il benefattore. E non il boss che ha inquinato le terre dove vivono – arricchendo se stesso e condannando invece tutti gli altri ad un destino spesso di malattie e miserie. Le parole possono togliere il mito ai boss. Che come Sansone con i suoi capelli a quel punto si ritrovano quasi senza poteri. Questa è stata la grande forza di Trame: sfidare con le parole la ndrangheta, per di più a casa sua. E in aggiunta, portare in territori chiusi, difficili da raggiungere e per questo troppo a lungo finiti nel cono d’ombra dell’attenzione collettiva, con grande gioia dei clan, tante persone nuove. Tanto movimento. Tante aperture, verso l’esterno. Racconto tutto questo perché una polemica locale rischia di far insidiare la rivoluzione di Trame (con grande gioia delle cosche). Il problema, quello di sempre, quello di tutto il Paese: i soldi. I fondi sono pochi, sempre di meno, quindi sempre più contesi. Da qui, dalle lamentele di un’associazione di cultura musicale di Lamezia Terme si è gonfiata come una valanga una polemica, a colpi di lettere sui quotidiani, che ha coinvolto Trame e il suo ideatore, Tano Grasso- simbolo della lotta al racket in Italia e lì assessore alla cultura. Sarebbe sempre bello avere fondi per tutto e tutti, ma credo che- soprattutto in momenti di crisi – vada considerato in modo particolare, il peso specifico delle varie iniziative. E poi – con uno sguardo lungimirante – quelle che possono essere autentiche rivoluzioni culturali.
Sono stata a Lamezia Terme, per l’intera durata del festival Trame. E Radio 24 ha mandato in onda poi le interviste pubbliche, registrate in piazze gremite di gente. E di emozioni. E ancora oggi, a mesi di distanza, ricevo messaggi, racconti o solo saluti di persone incrociate sotto le luminarie di Lamezia Terme o di ascoltatori che volevano commentare quello che avevano sentito. Radio24- come sapete- si occupa moltissimo di Calabria, della lotta alla ‘ndrangheta e della sua colonizzazione del Nord. Avvenuta anch’essa in silenzio. E anche grazie al silenzio divenuta così profonda e diffusa. Le parole servono. Danno la sveglia, creano reazioni, come quelle sollecitate più volte dal procuratore reggino, Giuseppe Pignatone, anche a fronte della grande omertà trovata pure sotto al Duomo.
Dalla Calabria, le parole di Trame dovrebbero arrivare anche al Nord, ma è lì- nella terra feudo dei bos- che si gioca la partita. Tra la gente, che un giorno potrebbe smettere di credere in chi – con le minacce o con l’illusione di un aiuto – ha trasformato la ndrangheta, nella mafia più ricca e potente del mondo. Nella regione, più povera d’Europa. Anche questo, la gente deve saperlo. Perché solo da lì partono le rivoluzioni culturali, che possono portare i testimoni dei vari misfatti a “recuperare la vista” come i potenziali pentiti a parlare.  E le rivoluzioni possono partire anche con la “muzzunata”, che centinaia di persone mangiono tutte insieme, dopo aver aperto occhi e orecchie sugli affari dei loro vicini di casa.
Perché più i libri rendono anche più liberi, secondo il titolo del festival della piccola e media editoria, iniziato ieri a Roma:  “Più libri, più liberi” al Palazzo dei Congressi. Trame- con i suoi organizzatori, a cominciare da Tano Grasso e Lirio Abbate, inviato dell’Espresso, incontreranno anche classi di studenti.
Sabato, invece, a parlare di mafia e della picciridda dell’Antimafia, che confidò le sue parole a Paolo Borsellino, ci sarò anch’io, in un dibattito (alle 16, sala Diamante) con Petra Reski, autrice del saggio su Rita Atria, e il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia.

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