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Nel bunker del super boss di Gomorra

Capapesenna (Ce) – Un elenco di Sigle e numeri. Un libro mastro delle aziende taglieggiate. E poi computer, I Pad, telefoni. E una rete di telecamere, che gli faceva controllare l’intero paese. Spedito il boss al 41 bis,  le indagini ripartono da qui. Da quel bunker supertecnologico di vico Mascagni a Capapesenna, dove Michele Zagaria si nascondeva. E non da poco tempo- secondo gli inquirenti. Tra poster di Che Guevara, santini di Padre Pio, orologi preziosi come un Rolex e 6.800 euro contanti – nel covo del re di Gomorra è stato recuperata anche una lista in codice- che sembra corrispondere al registro del pizzo: quel 5% che Capastorta- nomignolo del boss- imponeva a tutti, lì. Capapesenna – per Zagaria- non era solo il suo paese, ma il suo personale feudo, che controllava negli affari- ma pure letteralmente negli spostamenti. Scesi nel bunker, gli investigatori infatti si sono trovati difronte ad un sofosticato sistema di videosorveglianza, capace di controllare- con telecamere- ampie aeree. Forse lo stesso ingresso nel Paese. Un sistema hi-tech, che qualcuno ha progettato e costruito per quel boss, e che ora va trovato- come ha ricordato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: “Sarò del tutto soddisfatto, quando anche chi ha progettato e costruito il boss sarà arrestato”.
L’obettivo ora- dunque- è la borghesia mafiosa, che ha coperto Zagaria, la stessa tra cui si confonde chi ancora oggi in paese continua a  difendere il boss che garantiva “tranquillità, lavoro e favori”. “Loro sono stati di sicuro danneggiati  economicamente”, commenta Federico Cafiero de Raho-il procuratore aggiunto della Dda di Napoli che ha coordinato le indagini.
*Anche su questo, si tornerà sabato- 8.30- nella seconda puntata di “A Ciascuno il Suo” dedicata alla cattura del re di Gomorra.

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