Radio24 | Il Sole 24 ORE

Pupari e trattative, spiegate ai tedeschi.

“Più libri, più liberi”, la smentita ad una delle massime del capo dei capi: “a meggiu parola è chidda ca nun si rici”. La miglior parole è quella che non si dice, sentenziò Totò Riina. E se questo è il primo comandamento mafioso- il silenzio- le parole, quelle dette e quelle scritte sono il principale strumento di contrasto. E’ partita da qui la chiacchierata di ieri alla Fiera della piccola e media editoria col procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia e con la giornalista tedesca Petra Reski. E’ partita dalle parole-coraggiose- di Rita Atria, la ragazza di Partanna che decise di raccontare la mafia in casa sua a Paolo Borsellino. E che si tolse la vita, dopo la strage di via D’Amelio. Una storia nota, protagonista dell’incontro con la riedizione del libro a lei dedicato da Petra (ed Nuovi Mondi); una storia, che cammina ancora sulle gambe della cognata Piera Aiello (anche lei testimone di giustizia, che ritrovate nell’archivio di Storiacce in due interviste che le ho fatto). Una storia di vent’anni fa, divenuta filo conduttore di riflessioni attuali, per inchieste tuttora aperte. Dell’esistenza della trattativa Stato/Mafia, Ingroia non ha dubbi (“ma altro è provare le responsabilità dei singoli, per un processo”), anzi “molte sono state nei secoli” – dice- e per certi versi, per il procuratore anche “certe politiche antimafia, di convivenza con le organizzazioni, sono come una continua trattativa”. Allievo di Borsellino, Ingroia ha conosciuto di persona Rita Atria. E sa perfettamente le condizioni -“difficili”- lamentate dai testimoni di Giustizia (cfr, inchiesta di Storiacce nell’archivio): “ma non per questo diminuiscono: sono sempre stati pochi”. Parla dell’antimafia dei proclami (come il codice, ricordato dall’ex Guardasigilli Alfano) e delle novità che invece davvero sevirebbero (dalla norma contro l’autoriciclaggio, al 416ter, agli strumenti necessari contro borghesia mafiosa e politica collusa). Della nuova Cupola sgominata in Sicilia e dei vecchi silenzi, dell’area soprattutto del Trapanese, fortino dell’altro grande superlatitante Matteo Messina Denaro. Del clamore degli arresti celebri, delle fatiche delle inchieste scomode. E poi ancora: vi ricordate di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo? Prima fonte di mille notizie-attraverso l’archivio del padre, poi arrestato per calunnia, nei confronti di Gianni De Gennaro, con una coda di polemiche e attacchi proprio verso la Procura di Palermo (e c’è tuttora una procedura aperta su Ingroia al Csm su alcune intercettazioni di Ciancimino jr). Si è parlato molto di un possibile puparo, l’uomo che muove i burattini nel teatro dei pupi siciliani: “ci sono ombre di puparo, ma per i processi serve altro.”, ricorda.
Della difficoltà di scrivere di mafia in Paesi con leggi molto più restrittive per la stampa e dello sforzo di andare oltre il folklore laddove invece si vuole continuare a considerare la malavita altro da sé, abbiamo discusso a lungo con Petra REski, corrispondente italiana per Die Zeit. Un altro suo libro “Santa Mafia” è stato pubblicato in Germania con le pagine annerite dalla censura (la sua storia nell’archivio di Storiacce). Ma anche di un’altra difficoltà: come descrivere la Sicilia, il suo continuo parlare in codice, la sua pluralità e doppiezza ad altre latitudini? Come spiegare “le menti raffinatissime” di cui parlò Giovanni Falcone, i pupari o i “mascariati” nella lingua della precisione e del rigore, come il tedesco? Culture e linguaggi. Racconti e riflessioni, per un dibattito-appassionante- che ascolterete presto anche su Radio24 all’interno di “A Ciascuno il Suo”, sabato 8.30

Condividi questo post