Radio24 | Il Sole 24 ORE

Addio a Don Verzè, finale da tragedia greca al S.Raffaele

La morte stravolge il finale. Il protagonista esce di scena, ma restano le rovine, conseguenza delle sue azioni.
Don Verzè se ne va, nel giorno in cui i giornali annunciano l’imminente asta del suo San Raffaele. Il fondatore del celebre ospedale milanese, 91 anni e una vita sempre al massimo, è morto, a chiusura dell’anno che ha mostrato la voragine dei conti del suo istituto. E denunciato intrighi e sprechi, sotto l’imponente cupola. Il sacerdote-manager esce di scena, quando il suo operato finisce sotto la lente della Procura di Milano. E le sue gesta, finanziarie e non, escono dall’ombra dell’angelo, voluto in vetta all’ospedale. Per diventare di dominio pubblico. Aerei privati, “per evitare il check in”, affari con personaggi, già coinvolti in altri dissesti finanziari, investimenti all’estero. E poi contanti, passati dalla cassaforte dell’ospedale a quella dell’hotel Raphael. Sospetti fondi neri, concreti debiti. “Si sapeva”, hanno ripetuto in coro personaggi pubblici, a proposito del dissesto. “Si sapeva”, ha ammesso anche Silvio Berlusconi, molto vicino a don Verzè. Si sapeva, ma-come per una legge superiore del Fato- tutto è accaduto, senza che nessuno potesse invertire la rotta. Il cambio di gestione, la corsa per evitare il fallimento, le inchieste della Procura di Milano. Le prime ammissioni, i documenti raccolti. E poi, l’accelerazione con la morte-per suicidio- a luglio dell’ex braccio destro del sacerdote, Mario Cal.
“Mi ricorda Gardini”, commentò quel giorno in Procura un alto magistrato del dipartimento dei reati economici. E quello che è venuto poi, nelle pieghe dell’inchiesta, ha aumentato le analogie. A 20 anni, quasi, di distanza dall’inizio di Tangentopoli.
Ma con un coup de théâthre, ora il protagonista esce di scena. E si sottrae al giudizio degli spettatori. Le conseguenze delle sue azioni le ha affrontate, dietro il sipario. Lontano dal pubblico, a cui non ha mai fatto giungere un suo commento di recente sulla parabola del suo “gioiellino”. Don Luigi Verzè muore, quando l’asta del suo S.Raffaele si avvicina. E così, senza vita, torna sul palcoscenico. Come Edipo, nella scena finale dell’opera di Sofocle. Accecatosi, per il peso delle sue azioni. “Non ha retto alla fine della sua creatura, per come lui l’aveva realizzata”, canterebbe forse ora il coro di questa tragedia.
Così, si chiude l’anno del disastro di uno degli ospedali simbolo della sanità lombarda. E proprio nell’ultimo giorno di questo 2011, si chiude-con la morte del protagonista-la prima tragedia del “San Raffaele”. Ma proprio come in un perfetto esodo tragico, la fine del protagonista e le rovine intorno a sè preannunciano già-in modo icastico- i prossimi sviluppi della trilogia.

Ps Se volessi applicare alla fine di don Verzè e al caso San Raffaele le categorie della mia tesi laurea sull’ “Esodo nelle tragedie greche”, direi che questa è una Ecceschluss: una chiusura scritta soprattutto nel corpo dei protagonisti. E ad essi affida il compito del messaggio finale, alla ricerca della famosa catarsi, quella “purificazione” che il teatro ellenico ambiva a trasmettere nei suoi spettatori, anche mostrando le rovine dei suoi eroi.

Condividi questo post