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La malinconia condivisa di Istanbul

Istanbul – La tristezza, “come stato d’animo interiorizzato con orgoglio e condiviso da tutta la comunità. Questo significa vedere i luoghi e i momenti in cui il sentimento e l’ambiente che lo rispecchia si mescolano tra loro”.

Orhan Pamuk più di tutti è il cantore di Istanbul, la sua città. E della sua anima, avvolta dalla nebbia leggera, che si solleva dal Bosforo. Dietro il richiamo dei muezzin, dietro il verso dei gabbiani, dietro lo sferragliare del tram- dove i ragazzini salgono e scendono come da una diligenza d’altri tempi; dietro la confusione del traffico o il vociare dei mille caffé; dietro il luccichio della luce sul Corno d’Oro o l’addio delle navi che salpono. Dietro tutto questo, che là per là ti entusiasma, ti toglie il fiato, ti inebria di bellezza e paesaggio, scopri presto poi invece la patina di tristezza, rimasta addosso. Dolce. Come gli ami dei mille pescatori, che dal ponte Galata pescano. E come i loro sguardi. Come la tristezza dei palazzi abbandonati, coi vecchi bovindi  di legno bruciati da ripetuti incendi, o le porte sventrate da anni di incuria. E’ la malinconia del passato e quella della storia; quelle delle rovine (quasi difficili da trovare, tra nuove costruzioni e erbacce!!) del palazzo di Costantinopoli (che ho costretto tutti a cercare insieme con me); o quello degli strati di infinite vite, popolazioni e culture che riconosci ad ogni angolo. Ad ogni ribaltamento di prospettiva, ad ogni chiesa divenuta moschea, o basilica trasformata in cisterna. Ad agni arte, che mescola linee elleniche ad evoluzioni orientali.

La tristezza – e la poesia- dei lustrascarpe, ad ogni angolo.  I ponti, tra due continenti.

Sono appena tornata da Istanbul, appunto. E volevo condividere anche con voi qualche squarcio di questa città, che oltre ad essere bellissima, credo sia in questo momento – di nuovo – un fondamentale ponte tra due mondi. Ma che conserva al suo interno mille contraddizioni, e mille nodi. Come quelli dei tappeti enormi delle moschee: per pulirli, il governo ha speso cifre mirabilianti, mi hanno raccontanto- con malcelata stizza- la mia amica turca e tutta la sua band. La Turchia di oggi è anche quella dei processi ai giornalisti, però. E anche per questo è “sotto gli occhi dell’Occidente”.

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