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Il terrorismo e un messaggio: “non dimenticare, non odiare”

Non dimenticare. Non odiare.
Sta in questi due imperativi negativi – oltre che il titolo e il senso di questo libro – la storia di un padre e di un figlio; del rapporto tra generazioni diverse e tra Italie diverse.
La storia di anni drammatici, che rappresentano ancora uno dei nodi più complessi da sciogliere. E’ anche la storia di una “dissociazione”- per dirla con le parole di Eugenio Scalfari- tra la sfera pubblica e privata. Emotiva e razionale.
Questa è la storia di un giudice, Vittorio Occorsio – pubblico ministero di Roma – ucciso da Ordine Nuovo il 10 luglio 1976. E diventa anche la storia che suo figlio – Eugenio, giornalista di Repubblica, 35 anni dopo il rombo di quegli spari  – decide di consegnare a sua volta a suo figlio, Vittorio – 23 anni e lo stesso nome del nonno.
La storia di questo libro ha una data: 20 aprile 2011. Quando quel giorno Piergiorgio Concutelli, killer del giudice fu scarcerato dopo 32 anni e seri problemi di salute, un uomo e un giovane reagiscono in modo diverso alla notizia. Il primo, figlio della vittima, col dolore. il silenzio e il richiamo alla legge. Il secondo, nipote del magistrato ucciso da Ordine Nuovo, con l’invocazione della pena di morte. Parte da qui la genesi di un libro, che considero importante nella maturazione del nostro Paese. Col suo messaggio che  Eugenio Occorsio sintentizza in questi due imperativi negativi: Non dimenticare, non odiare.
“Perché noi siamo migliori di loro, perché lo Stato alla fine ha vinto sui violenti e ha vinto con le sue regole- aggiunge- senza bisogno di leggi speciali”.
” Dieci luglio, 8.30 del mattino. Lo sbattere della porta mi aveva svegliato, ho sentito la macchina che risaliva la salita del garage, mi stavo per alzare. All’improvviso, un rumore assurdo, pazzesco. Sembrava, sai, quando si rompe una saracinesca e rotola giù all’improvviso”.
La cronaca di quella giornata è minuziosa: ogni istante è ancora sulla pelle di Eugenio, lo si sente dal brivido che attraversa le sue parole, mentre racconta la corsa per le scale del palazzo, la gente per strada, l’ambulanza che arriva con la sirena spiegata. Ma che poi la spegne. Mentre la chiazza di sangue diventa sempre più grande sull’asfalto. Ci sono momenti, che segnano e stravolgono la storia di una famiglia. Per questo, “lo sconcerto, l’emotività, l’incredulità anche” rispetto al ritorno in libertà di chi è stato causa di quel dolore sono sentimenti “umani, naturali, comprensibili” per chi lo ha subito. Ma la cifra della differenza “tra chi è membro di una società civile ed è orgoglioso di esserlo e chi invece ha scelto di starne ai margini”- riflette Eugenio Occorsio- sta proprio nelle regole, che “difendono soprattutto i più deboli”. E nella Costituzione. Sta insomma in quell’equilibrio di interessi che si chiama legge, che punisce chi toglie la vita ad un altro uomo, ma che anche nei confronti del peggior criminale “non deve mai avere intento di vendetta” – come ha ricordato pochi giorni fa, parlando di carceri, pure il Guardasigilli, Paola Severino. Lo Stato non odia. E non si vendica.
Così, nelle leggi si inserisce anche la liberazione di uno spietato killer, come Concutelli (di cui Occorsio cerca il più possibile, nelle interviste, di non pronunciare il nome) che si è fatto già più di 30 anni di galera, scarcerato per problemi di salute. “La grandezza dello Stato si misura nella capacità di non infierire inutilmente sui colpevoli”, ricorda Eugenio a suo figlio Vittorio. E a tutta l’Italia, che ciclicamente si trova a fare i conti con le polemiche per l’uscita dal carcere di terroristi, macchiatisi di orrendi delitti, che spesso non hanno avuto- come in questo caso – neanche parole di pentimento. E allora, accettare tutto questo, accettare che escano dalla cella è “la misura del perdono”. Tema- tanto difficile, quanto privato. Anche se ultimamente, sempre più spesso divenuto pubblico.
E su questo doppio binario, il libro va avanti. Da una parte, la dimensione pubblica/storica, con la ricostruzione di quegli ’70, dei tanti processi importanti che il pm Vittorio Occorsio si trovò ad affrontare (da piazza Fontana, alla P2, dai dossier del Sifar alla banda dei Marsigliesi di Roma) e dall’altra la sfera privata e familiare di un magistrato che si ritrovò attaccato prima dagli estremisti di sinistra, poi di destra. Additato e minacciato per strada e per telefono. E ad un certo punto, senza scorta. “La situazione è tranquilla”, gli assicurarono al Viminale.
Un mese dopo le armi di Concutelli gli spararono in pieno viso. Sotto casa. Il giorno prima di partire per le vacanze.
*Presentazione domani- 1 febbraio, alle 18.30 Feltrinelli di corso Buenos Aires, 33- Milano. Insieme ad Eugenio Occorsio, Armando Spataro, già alla guida del pool Antiterrorismo di Milano e ora procuratore a Lodi, ed io.

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