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Se la corruzione cambia solo pelle

60 miliardi il costo della corruzione, 120 dell’ evasione fiscale. 150 mld, il peso del riciclaggio. Altrettanto il costo delle mafie.  “Il malaffare dilaga”, avverte la Corte dei Conti.

E messe tutte insieme queste cifre fanno davvero impressione. Perché mostrano quello che l’allora Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, aveva già denunciato: “L’illegalità blocca la crescita del Paese”. Se gli anniversari possono servire a qualcosa  – oltre ad un amarcord del tempo che fu – i vent’anni di Mani Pulite credo possano e debbano essere un monito. E un pungolo.

Un monito, sulle conseguenze che può avere sul futuro restare fermi, solo ad ad ascoltare gli allarmi lanciati ripetuti. Un pungolo, perché nella politica scatti finalmente la fase due, quella dell’ azione. Ci sono le convenzioni europee da ratificare- a cominciare da quella sulla corruzione privata; c’è l’annosa questione della prescrizione, per rendere effettivi i processi contro i colletti  bianchi e certe le pene; c’è ancora un ddl anti-corruzione, che giace fermo in Parlamento. E ci sono poi altre proposte (come la reintroduzione di un’Authority), suggerimenti ed analisi che gli esperti della materia formulano.

20 anni dopo l’arresto di Mario Chiesa, troppo facilmente liquidato a “mariuolo”, sentire la Corte dei Conti che torna a mettere in guardia sulla corruzione “dilagante” è una sconfitta per tutti. Per la politica, prima di tutto. Per i magistrati, ma soprattutto per il Paese. Che oggi, come allora è in un momento di crisi economica e di sfiducia verso gli uomini dei Palazzi.

Tangentopoli è sopravvissuta a Mani Pulite. E questo è ormai un assunto. Come mazzette e furberie varie sono sopravvissute alle macerie della Prima Repubblica, caduta sotto le monetine del Raphael. Sono sopravvissute, solo cambiando pelle. Come un serpente. Così i partiti sono stati sostituiti dalle lobby, le correnti dalle cricche, le valigette piene di soldi da grandi eventi, assunzioni, favori.

E allora non per commemorare l’inchiesta, che cambiò il corso di una storia- con le sue luci e le sue ombre; né per richiamare quei giorni- che scorrono nei documentari ritrasmessi ora – ma per raccontare come certi reati condizionino tuttora la vita di tutta l’Italia, abbiamo dedicato le ultime due puntate di “A Ciascuno il Suo” agli ultimi due decenni di malaffare. Storie, cifre, testimonianze, analisi. Sabato scorso, soprattutto con Francesco Greco – l’unico del pool Mani Pulite rimasto in trincea, in Procura a Milano, dove coordina il dipartimento per i reati economici; domani (18 febbraio), con un’inchiesta sulla “muta della corruzione”, il cambiamento, dalla mazzetta portata da Luca Magni nella valigetta, al Pio Albergo Trivulzio di Milano; alle assunzioni nelle società partecipate, fino ai fondi neri di alcune aziende, o allo schema degli amici degli amici delle varie P3, P4.

Il 17 febbraio del ’92 la telecamera nascosta insieme ai soldi nelle mani di Magni (di cui riascoltiamo la voce) non funzionò, ma la sua scelta di denunciare aprì una crepa fatale nel sistema. E due decenni dopo la cicatrice non è ancora sanata.

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