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La rivoluzione delle donne calabresi

Melicucco è un paese di cinquemila anime. E di poche speranze, nella piana di Gioia Tauro. Conserva nel nome l’originaria dolcezza- dei tempi dei greci- ma sa essere più duro, a volte, del cemento di certi palazzoni che soffoca l’originario borgo contadino. Qui, a Melicucco una lunga processione di candele ha illuminato l’ultima storia di una donna calabrese, giovane e coraggiosa, che ha rotto il silenzio. Infranto le “regole”. E parlato, denunciando il padre e il fratello per la scomparsa dell’uomo con cui aveva una relazione. “E forse anche sulla sua decisione pesa l’esempio di tutte le altre. Forse cì, c’è un effetto contagio”, riflettono ora i magistrati calabresi, davanti alla storia di Simona Napoli – l’ultima collaboratrice di giustizia. Dopo Maria Concetta Cacciola, Giuseppina Pesce. E poi Lea Garofalo. O Titta Buttafusco e Bruna Morabito. Hanno denunciato i loro familiari più stretti e con le loro parole hanno avviato “un sommovimento, che sta scardinando nel profondo gli equilibri delle cosche”, riflette Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria. Nel profondo, come le viscere di queste donne, da cui è partito.  E come tutte le cose che germogliano negli anfratti più intimi, si mostrano- ogni volta- come miracoli. Come i fiori, che tornano sugli alberi, spogli dell’inverno. Ed è in fondo una primavera, delicata ma caparbia, quella che sta maturando in questi paesi duri dell’entroterra calabrese. E’ la rivoluzione delle donne, che disobbediscono a leggi tramandate da secoli di silenzi e tradizioni. Disobbediscono, rompono il codice e il tabù e diventano per le loro famiglie- di sangue, ma spesso anche di malavita- il primo pericolo. Perché gettano un seme profondo e viscerale. Per questo, hanno cercato di fermarle il più delle volte, facendo leva su quelle stesse viscere. Col ricatto dei figli, com’è stato per Maria Concetta Cacciola, costretta a rientrare in casa- dopo aver iniziato a collaborare – nella prospettiva di essere derubata dei suoi bambini. Salvo poi affidare all’acido muriatico, la fine del suo travaglio. Le hanno fatte passare per pazze, hanno cercato di screditarle, di ricattarle, di costringerle a ritrattare o di accusare chi aveva raccolto le loro dichiarazioni. Ma come la storia di Giuseppina Pesce mostra, i fiori spesso sono più forti anche delle gelate, che piombano improvvise sulle gemme. E dopo un primo tentennamento, questa donna ha ripreso quella strada, iniziata quando aveva capito “che non voleva più che i suoi figli vivessero come lei”, come aveva scritto in una bellissima lettera ai magistrati reggini.

E’ una primavera e una rivoluzione. E’ come se queste donne più giovani avessere deciso di togliersi quel fazzoletto nero dalla testa, che le loro nonne e madri hanno portato per decenni. Normalmente, insieme all’ “abitudine a tacere e a rispettare certe regole non scritte”.

E’ un cambiamento-culturale e rivoluzionario- che io affiancherei a quello di Hina o di tutte le giovani donne musulmane, che hanno osato ad esempio sfidare le regole della famiglia, per liberarsi di quanto a loro non stava più bene. Come il velo, invece di vestire all’occidentale. Anche Hiina è stata uccisa, da suo padre e dai suoi cari. perché anche lei, come Maria Concetta o Lea o Giuseppina, con la sua ribellione ha messo in crisi la conservazione e trasmissione di una certa vita.

Ps. E’ molto molto importante quello che sta succedendo in Calabria e ci tornerò su Radio24, come su Storiacce blog. Da giorni – come vi avevo preannunciato- avrei dovuto scrivere questo post, maturato dopo l’ultima puntata di “A Ciascuno il Suo” (sabato 10, su Radio24), proprio sulle donne contro le cosche. Riesco a farlo solo ora (a ridosso ormai della prossima puntata della rubrica: un’intervista al Ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri), per tante ragioni. Ma c ho ripensato più volte in questa settimana e mi sono convinta ancor di più dell’importanza di questo “sommovimento” dopo una bella chiacchierata con un amico. anche a loro ho un pò ripensato anche mercoledì scorso, quando a Bologna ho presentato il libro di Giorgio Ieranò, Olympos, sugli dei dell’Olimpo, di cui vi ho già parlato. E’ stato quando discutevamo del fatto che nella lingua greca, l’amore è qualcosa che si subisce, che ci investe, come una malattia o come il vento che “si abbatte sulle querce”. I greci non direbbero mai “ti amo”, ma implorano Afrodite- come fa Saffo nel suo Inno a Venere –

di tener lontani quegli affanni. Ma qui sta anche la forza dirompente. Che squasserà gli equilibri delle cosche calabresi, proprio come quel vento che dal monte si abbatte sulle querce.