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Elogio dell’otium (dei romani)

Scriveva Catone, che “dagli uomini grandi ci si aspetta che siano tali, non solo nei negotia, ma anche negli otia”. Lasciando un attimo da parte il riferimento ai grandi (ma ci tornero), plaudo al dibattito, ricorrente su più testate, sull’importanza dell’ otium, che “non è inertia-ossia la mancanza di abilità, nè- come ricorda su Repubblica Maurizio Bettini- desidia, ossia star sempre seduti”. Ma è quella libertà da obblighi- da appuntamenti scritti in agenda o sul bberry, se preferite- da cui maturano pensieri, idee, intuizioni. O è il tempo dedicato al proprio appagamento, culturale innanzitutto. Ebbene, quanto tempo concediamo al nostro otium? Alla lettura in silenzio, in giardino (come stavo facendo io qualche istante fa), all’estro di un disegno, alla passione di uno scatto fotografico, al piacere di un concerto, alla liberazione della scrittura per desiderio e non per professione? Ma anche alla passaggiata, per ritrovarsi coi propri pensieri e ordinarli? Poco, troppo poco. Per non parlare dell horror vacui di molti genitori per le giornate dei loro figli, che non conoscono più la noia di certi pomeriggi, in cui devi inventarti che fare e allora fai correre la fantasia e scopri anche le passioni. Questo perö è un altro capitolo, che accenno solo, perchë non ho competenze, per parlarne. Non avendo figli (ma ho idee, su come intenderei le loro giornate).
Mi interessa di piú- ora- l’otium degli adulti, di cui pochissimi parlano. Soprattutto tra i personaggi pubblici. La dimensione mostrata- e a volte esibita- è quella della frenesia, del fare sempre e comunque, del produrre, delle agende piene e dei telefoni sempre accesi. Tutti abbiamo vite simili (è inutilmente noioso, questo sì, raccontarlo. Io sono innamorata del mio mestiere e lavoro spesso anche tantissime ore, saltando da un impegno all’altro, non fraintendemi. Ma cerco di non sciorinare tutto questo (se non per scusarmi con gli amici per i riccorenti ritardi!).
Voglio dire che sarebbe più interessante dedicare tempo- anche nelle conversazioni informali- al racconto dell’ otium, più che dei negotia. Perchè nessuno- tra i politici soprattutto- dice mai quale libro sta leggendo, come faceva notare Stefano Bartezzaghi, qualche giorno fa, sempre su Repubblica. Mentre tutti mostrano agli obiettivi i foglietti con tutti gli appuntamenti o il proprio affannarsi quotidiano, tra mille impegni e altrettanti telefoni.
Sarebbe un bel segno raccontare anche i propri otia. Ma forse in pochi potrebbero rispondere, come fece con una nota di perfidia Cicerone- che se c’ è chi nel tempo libero legge le orazioni, lui- nell’otium le orazioni le scriveva”. Ma questo, appunto, è degli uomini grandi. Io, per ora, mi accontenterei di una difesa pubblica dello spazio da dedicare all’otium (romano), qualunque esso sia.

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