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Miriam Mafai e donna Matilde

La Signora di Napoli e la ragazza rossa. Matilde Serao e Miriam Mafai.
Ero davanti al mare di palazzo Donnanna, quando ho saputo della morte della grande giornalista di Repubblica. Mi ha rattristato moltissimo, come la perdita di un punto di riferimento. E subito ho pensato a quella prima, lunga, appassionata conversazione di undici anni fa su “donna Matilde”,  Napoli,  le battaglie civili, le inchieste e le donne. La cercai per la mia tesina della Scuola di Giornalismo e quella chiacchierata divenne un capitolo del mio lavoro sulla prima “donna giornalista d’Italia”. E soprattutto il ponte tra gli anni in cui la Serao pungeva dalle colonne del Mattino e le questioni di oggi. “Siamo tutti noi suoi eredi, discendiamo da lì, piaccia o meno”, esordì Miriam Mafai (cerchero l’audio di quella conversazione!), disponibile e generosa verso un’allora aspirante cronista. “Ci sono battaglie che uno abbraccia e poi si porta dietro per tutta la vita”, disse, parlando di sé, come della Serao. E delle battaglie per le donne, ma senza santificare niente e nessuno. Neppure quelle stesse donne, per le quali ha combattuto. Non c’erano bandiere, sposate in modo assoluto né tanto meno monolitico. Ma piuttosto situazioni precise, visi, nomi e storie concrete. Proprio come Matilde Serao. “L’inchiesta che la Serao fece nei bassi, oggi va rivolta a certi call center – disse la Mafai, 11 anni fa- o nelle vite faticose di certi maestri elementari”. Il lavoro, la rassegnazione, l’umiliazione, la dignità. E poi, l’importanza della scelta e della libertà. “Quella che anche le veline che decidono di vendersi hanno”, marcò, spiazzando, la Mafai. Una libertà di scelta che invece le telegrafiste di Stato della Napoli di fine secoli non conoscevano. Cosî reprimevano i loro sogni e le loro ambizioni, dentro mura spesso gonfie di umido. L’una e l’altra hanno raccontato -tra l’altro-  il mondo delle donne e della politica. Sempre andando dietro ai paraventi delle cartoline, come dei luoghi comuni. Come quelli infranti da donna Matilde, quando entrò nel Ventre di Napoli e lo fece conoscere. Con precisione fotografica e allo stesso tempo partecipazione emotiva. Proprio come quando Miriam Mafai elencava “uncinetti, aghi da cucito e tutti i vari ferri che le donne si sono per anni messe nella pancia, per abortire”. Parole e immagini tanto forti che un suo capo -come mi raccontó in questa conversazione – le chiese di mitigare quello che aveva scritto, per raccontare davvero cosa fosse l’aborto, di cui la politica allora discuteva. E lo raccontó sul corpo di chi lo subiva. Come fece donna Matilde col corpo di Napoli, con quelle descrizioni nauseabonde dei vicoli senza sole, dove era divampato il colera. Un pezzo di Paese che il potere difatto ignorava, pur parlandone. “Bisogna sventrare Napoli”, sentenziô il presidente del Consiglio Depretis, dopo una visita alla città piegata dall’epidemia. E allora, a’ Signora della città, ci entrò in quelle viscere. Perforate e disperate, come l’utero delle donne che si affidavano alle mammane.
Come Matilde Serao aveva avuto l’ardire di criticare il celebre compagno Edoardo Scarfoglio, quando si schieró a favore della guerra, cosî Miriam Mafai seppe essere voce critica di quella sinistra, in cui aveva militato fin da ragazzina. Senza però rinunciare alla sua curiosità. Ed è anche per questo che credeva fortemente alle donne nel giornalismo. Perché ora che non dovevano più maledire le sottane – che comunque furono un limite per la Serao – potevano portare anche nella stampa il loro sguardo e la loro prospettiva.
Parlammo di molto altro ancora, delle inviate di guerra e dei grandi casi di cronaca; di Maria Grazia Cutuli e di Cogne; di scrittura appassionata e dell’ importanza della cronaca. Del secolo breve (“che al contrario di molti io rivaluto, proprio per quelle conquiste”, mi disse) e dei continui pericoli. E soprattutto dell’importanza degli occhi propri, in questo mestiere. Miriam Mafai non ha mai smesso di usarli. Per guardare dietro ai paraventi.

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