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La solitudine dei “suicidi per crisi”

Vigonza. “Sono pazzi, è una strage. Bisogna chiedere aiuto”. La voce di Flavia Schiavon trema di dolore, ma anche di rabbia. “Perché non giustifico mio padre, che con quel gesto non ha pensato a chi restava”. Il padre, Giovanni Schiavon, era un imprenditore edile. E si è tolto la vita, come il padre di Laura Tamiozzo e come altri 50 padri, fratelli, mariti, che negli ultimi tre anni hanno scelto di morire – insieme alle loro aziende – nei capannoni sparsi di questo Veneto, che da locomotiva del Paese è diventata la terra col più alto numero di “suicidi economici”. Sono stati uccisi dai “debiti, ma anche dall’indifferenza e dall’isolamento”, ripetono tutti in coro, in questa sala parrocchiale, dove è nata l’Associazione rivolta proprio ai familiari di chi è stato sopraffatto dalle difficoltà. E ha ceduto. SperanzaAlavoro, si chiama.

Speranza che manca a chi vede i propri sogni infrangersi. Dopo anni di attese, fatiche, di sacrifici e progetti. La speranza, che vola via nella solitudine di chi si sente impotente e non sa chiedere aiuto. E comincia solo a tacere. La solitudine di chi si sente tradito, nel fallimento di un sogno, con cui non di rado si fa coincidere la stessa idea di vita.

Per tirare fuori dall’isolamento questi imprenditori, schiacciati dalla crisi, che vacillano, o questi lavoratori, che perdono lo stipendio e non sanno che fare, l’associazione vuole essere innanzitutto una mano tesa. Proprio come quella del logo. La solitudine e lo sconforto ritornano in quasi tutte le storie di questi “suicidi economici”, tutte drammaticamente simili. E sembra quasi di percepirla, in questa spoglia sala parrocchiale, dove si arriva dopo chilometri di villette e silenzio. Comuni che si susseguono, quasi senza un centro, lungo la strada provinciale diretta a Padova. E a percorrerla forse si capisce di più anche quanto Laura Moro, Cisl, che di questa associazione è la segretaria, mi spiega: “Qui in Veneto, lavorare è la stessa cosa di essere. E chi perde il lavoro si vergogna. Si vergogna di farsi vedere in giro, di mostrare la sua difficoltà, si vergogna perché non riesce a mantenere il suo stile di vita, non riesce a pagare i suoi dipendenti. Si vergogna, perché se non lavori non esisti”. E il passo tra perdere la propria azienda, quel sogno faticosamente costruito, nutrito con tutte le energie, aspettato nei tempi e  difeso da ogni tempesta, e il drammatico isolamento è molto breve.

Il resto sono le cronache di questi ultimi mesi. Che riportano di suicidi per crisi da una parte all’altra del Paese. E i numeri, che contano 24 morti dall’inizio del 2012.

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